Pablo Meoni

UNA STORIA VERA

Nel ricordo di Katrine Wagner, un amore d'infinita bellezza.

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Lontana ormai è quella data o forse meglio dire quel trenta giugno millenovecentonovantasei, la morte di Katrine Wagner, una ragazza quasi ventenne, bella, così libera e amante della vita come nessun'altra ragazza al mondo. Ma in un giorno tutto questo divenne solo un ricordo o solamente una lunga giornata che terminò in un breve attimo. Perché lei scoprì di avere un cancro, non tanto per caso,solo coincidenze forse, ma quella sera di maggio quando lei mi telefonò la sua voce era ricoperta di pianto nel riferirmi quel messaggio, nel cui contenuto c'erano troppi perché,su quella triste scoperta, perché. Forse tutto era chiaro e semplice:

<<LEI AVEVA UN TUMORE.>>

<<LEI MORIVA COSI' GIOVANE E BELLA, MA COSA SIGNIFICAVA BELLA?>>

<<NIENTE PERCHÉ' LEI LO ERA, ANCHE SE SOLO PER ME, MA LO ERA.>>

In seguito è stato duro andarla a trovare nella sua casa, in quella stessa sera, non soltanto nel vedere lei in uno dei momenti peggiori della sua vita, ma vedere anche lo strazio di sua madre e di suo padre. In quel momento non avrei creduto di sentirmi così vicino a loro e loro così vicini a me, e tutti noi vicino a lei. Quella sera vidi nella mia Katrine il dolore che stava nei nostri cuori. Il giorno della notizia era già lontano, e lei aveva smesso di sorridere e se lo faceva era per vedermi con meno tristezza straziata nel cuore, e tutto questo lo facevo pure io di sorridere a lei, ma tutti e due eravamo consapevoli che stavamo ingannando la paura. Non tanto la mia, ma la sua. A me restava la speranza che i giorni, le ore e i minuti con i suoi secondi rallentassero perchè tornassero giorni perduti. Perché la serenità sulla faccia di Katrine era scomparsa con il nascere dell'alba di quella fine che tramontava dietro ai suoi occhi, rassegnandosi ad uscire a forma di lacrime. La speranza che lei non si fermasse in quel letto di ospedale era molta e così rimarrà. Perché dopo tutto il tempo passato con lei, che fino a poco tempo prima avevo creduto che fosse stato molto, mi sembrò che non fosse mai esistito quel rapporto che aveva inoltrato la mia esistenza in un giorno di normal vita. E il solo pensiero a quei momenti mi procurava una sofferenza arrivata fino ad oggi, ma al termine di quell'ultimo giorno le ore erano ricominciate a passare lente senza lei. Forse per Katrine era un bene, non soffriva più, però continuava a me sentire quel dolore passionale che arrivava fino all'osso, per poi un bel giorno nascondersi dietro il cuore, per farsi sentire di tanto in tanto. Solo per farmi ricordare, perché. Sembrava irreale anche se non lo era, ma dopo essere stato a trovarla quel giorno in ospedale, mi ero reso conto che il tempo velocemente me la stava portando via, sempre di più, o forse ero io ad allontanarmi da lei, chi lo sa. Ora mi chiedo se era uno strazio per lei vedermi con quel sorriso falso che copriva lo sgorgare di lacrime incolori, le quali uscivano solo e soltanto per lei, ma forse egoisticamente anche per me. Inoltre mi sembrava che in quella stanza di ospedale tutto fosse stato finto, finti i fiori su quel deprimente comodino, finto quel mio parlare dolce, finto tutto quello che era già finto. Ma sicuramente l'amore che provavo per lei era la cosa più reale che potesse esistere in quel momento forse l'ultimo perché... Quel disperato faccino che mi guardava ogni volta che si svegliava, da sonni brevi e così profondi, era così tenero che mi faceva male, e sapevo che non l'avrei più rivisto, non l'avrei più toccato e le mie labbra non si sarebbero più sfiorate con le sua, ma restava e rimaneva solo e soltanto il nostro amore, l'unica mia consolazione. Oh che pensieri egoistici avevo.

<<POVERO AMORE MIO, PENSAVO A TE E SOLAMENTE A TE, PER PAURA DI PENSARE A ME. SCUSAMI AMORE, PERDONAMI, PERCHÉ'.>>

Una volta svegliandosi mi guardo e vedendo quei suoi occhietti tristi, come erano teneri, da dove uscivano lacrime salate, mi disse con un esule e leggero filo di voce che si rompeva in un pianto silenzioso:

<<TI AMO...>>

Solite e forse monotone parole, dette mille volte e ripetute altrettante, qualche volta anche inutilmente, ma in quell'istante erano le uniche e più sincere parole dette in quel momento. L'avevo sempre chiamata "Amore della mia vita", ma in quel medesimo tempo non riuscivo più a dirlo, perché le parole venivano strozzate da quel suo fissarmi, che era il suo ultimo sguardo. Forse doveva essere così e solamente in quel modo.

Un anno che la conoscevo e in un anno mi ero separato da lei, due miserabili anni che avevano preso parte costante della mia vita. Poi tutte le parole dette in quei giorni sembravano senza senso, come quella bianca stanza di ospedale che rimase vuota, e non ebbe più significato senza lei. Quando è finita me ne sono andato dall'ospedale e una volta tornato a casa, mi sono seduto sulla poltrona, tentando di dimenticare tutte le facce, tranne la sua. In seguito ho cercato Katrine in ogni ragazza che incontravo o che conoscevo, ho tentato perfino di trovare loro in lei, ma è stato inutile perché essa non era altro che lei, la quale si poteva solo trovare nei ricordi che mi lasciò. Perché dopo la sua morte i giorni passarono ma il dolore restava immutato, e tornò alla mente quei momenti quando ancora non conoscevo Katrine, ma la incontravo in vari posti con simili sfondi e nel vederla provavo una lieta incertezza di avvicinarmi a lei, e ricordo quando le parlai la prima volta:

<<FUI COSI' BUFFO CHE TU MI GUARDASTI CON UN SGUARDO STUPITO, CON DIETRO UN SORRISO INCERTO, COSA PENSASTI NON LO SO. MA SICURAMENTE TI COLPII.>>

Voglio essere sincero, ogni volta che la vedevo era come se il tempo navigasse intorno a me senza coinvolgermi, e guardandola si accendeva dentro il mio cuore un fuoco che riscaldava tutto l'essere. Il quale ogni volta che facevo ritorno a casa e mi gettavo tra le braccia della poltrona a sognare di stare insieme a lei, una sensazione prendeva il mio animo, e tutto si spengeva in me per la paura di sapere che un giorno l'avrei persa realmente e così purtroppo accadde, forse troppo presto. Avevo promesso a me stesso che non l'avrei più ricordata dopo la sua morte, ma la foto che ritrovavo sempre al rientro in casa mi procurava un grande dolore, nel vederla ritratta in un immagine che la dipingeva bella e così vicina a me, e lo sguardo di lei ritratta obbligava i miei pensieri a ricordarla in quel letto di morte. E seduto su quella poltrona mi tornava alla memoria la paura che aveva lei, che io un giorno la potessi lasciare dopo aver saputo dell'esistenza del suo tumore che cresceva dentro di lei: <<LA VERITÀ' AMORE DELLA MIA VITA, NON MI ERA MAI PASSATO NEANCHE PER LA MENTE DI LASCIARTI, E TU QUESTO LO SAPEVI. MA ERI COSI' TESTARDA CHE TEMEVI CHE POTESSE SUCCEDERE,PERO' NON E' SUCCESSO. MI DISPIACE DI AVERTELO INVOLONTARIAMENTE FATTO CREDERE, NON ERA MIA INTENZIONE PERDONAMI...>>

Ancora ricordo come dovetti lottare, per convincerla ad uscire con me, tutta colpa della sua timidezza, come era dolce vederla in quei momenti. E quella prima sera che si uscì, era così semplice e tenero vederla libera da ogni male, non so come che al termine di quella serata, ci si trovò abbracciati l'uno all'altra, così teneramente che poi da quanto si stringeva a me, non mi dava possibilità di respirare se non grazie al suo amore. Dopo le nostre labbra si avvicinarono lentamente per poi toccarsi, e sembrava quasi che non si volessero più dividere, ma non e stato così.

<<ERA BELLO STARE INSIEME A TE. IO E TE E TE ED IO, SOLO NOI DUE E NESSUN'ALTRO.>>

Ma non erano quei baci o le notti passate con lei che ci tenevano uniti, era solo e soltanto il nostro amore. Perché bastava che ci si guardasse negli occhi a vicenda per sentirsi uniti, come un unica cosa, per poi scoprire che in seguito si sarebbe rimasti quell'unica cosa. Questo si imparò fin dall'inizio, ma poi successe che tutto fini come era iniziato. Quando poi mi capitò di tornare in visita nella nostra casa, dove si passavano i fine settimana insieme, guardandomi intorno vedevo sempre il suo volto, i suoi sorrisi in ogni angolo della casa e la notte mi sembrava che fosse vuota, silenziosa nei silenzi assoluti dell'amore. La sua mancanza era enorme, non riuscivo a ricucire quella ferita tremenda che continuava, anche con il passare dei mesi a perdere sangue.

<<COSA POTREI FARE AMORE DI MEGLIO CHE CERCARTI DOVE NON POSSO TROVARTI, PER PAURA DI PERDERTI UN ALTRA VOLTA. TI CERCO IN OGNI POSTO CHE VADO, MOLTE VOLTE TI CHIAMO, SAPENDO CHE QUELLE PAROLE CADRANNO NEL VUOTO, E UNA ANGOSCIA MI STRINGE NELLA SUA MORSA CHE MI IMPRIGIONA PER MOLTO TEMPO. E PER LIBERARMENE RICORRO ALLA MIA UNICA SALVEZZA, IL TUO RICORDO, PERCHÉ'...>>

Quando si parlava fantasticando del figlio che lei avrebbe voluto avere con me, Katrine diceva che non sarebbe stato solo un frutto del nostro amore, ma anche della nostra vita. Certe volte diceva che ne avrebbe voluti quattro, poi sei alla fine diventavano dieci e a quel punto cominciava a ridere e finiva con il dire che non le importava quanti fossero stati. Ma quelli che sarebbero nati, non avrebbero potuto avere un padre e una madre migliori di noi, in tutto il mondo. E ogni volta che Katrine parlava così, era piena di un amore materno che diventava sempre più caparbio.

<<ERA BELLO PARLARE CON LEI DI QUESTE COSE, PERCHÉ' ERANO SOGNI, FORSE PROGETTI, SE NON CHE COSA?, MA ORA RIMANGONO RICORDI SU RICORDI.>>

E' vero quel figlio non era altro che un qualcosa della nostra immaginazione, creato dal nostro amore, che rimaneva quel qualcosa. Mi è capitato nel susseguirsi dei giorni di andare nel luogo dei nostri sogni.

<<RICORDI IL RUSCELLO, AMORE, DOVE SI ANDAVA A RILASSARCI NEI MOMENTI DURI. PENSO CHE NE VALEVA PROPRIO LA PENA DI ANDARCI.>>

Ricordo che una volta arrivati, lei si sedeva vicino al ruscello, amava sentire il fruscio dell'acqua che scorreva dando un sottofondo alla nostra quiete. Poi lei si stendeva, rimanendo con la testa e la schiena sollevata, tenendosi sulle braccia, e inclinava la testa all'indietro, facendo cadere i suoi lunghi capelli neri che andavano a toccare gentilmente la terra coperta da un mantello di fresca erba, e poi si scoprire quel suo collo ricoperto da una pelle vellutata. In quel momento lo avrei voluto accarezzare e baciarlo, ma non volevo rovinare il quadro che la ritraeva così bella. Ed era straordinario come i suoi occhi si mischiavano con quel cielo azzurro, che rifletteva in quell'acqua pura come il riflesso del suo sguardo. Era forse tutta immaginazione del nostro amore, ma era così incantevole anche se sembrava irreale, perché forse lo era. Ma devo ammettere che dopo i ricordi stupendi di lei, vennero le angosce che mi rapivano ogni volta che pensavo ai suoi ultimi giorni, diventavano sempre più frequenti e quando mi riconsegnavano alla realtà, mi ritrovavo al solito posto al solito luogo e con il dolore iniziale. Alla fine capii che la sua mancanza era molta e perfino le notti erano dure. Mi svegliavo da un non dormire, trovandomi sempre più solo come se fossi sperduto nel buio dei suoi pensieri. E questo mi portava al ricordo di quelle ultime notti passate insieme ad amarci disperatamente, dopo mi svegliavo e rimanevo a guardare lei mentre dormiva sotto quelle coperte così protettive e vulnerabili allo stesso tempo. Mi ricordo quella notte che decise di darsi completamente a me, perché sapeva che non sarebbe mai arrivata al matrimonio, vidi per la prima volta in quei giorni Katrine andare contro le sue idee e le sue regole. Ma io in quel momento avrei voluto non averla, e avrei preferito aspettare fino a quando avrebbero voluto le sue regole, perché l'avrei avuta per tutta la vita, invece così era come ricordare che presto se ne doveva andare, perché ogni volta poteva essere l'ultima. In quelle prime notti vedevo tutta la sua armonia e riusciva facilmente a nascondere la paura, poi le notti che vennero diventarono piene di angoscia e quando durante la notte rimanevo ad osservarla sotto quelle lenzuola che lasciavano intravedere le forme del suo corpo, che apparivano perfette e sembrava che tutto fosse grato alla sua bellezza. Ma presto quella sua immagine di calma e rilassatezza rimasero lontane da quell'inquietudine che arrivò poi. Quando rimanevo a guardarla, in quei momenti tentavo di immaginarla in ogni suo sogno, ma era quasi impossibile perché forse era lei a far parte dei miei... Ma poi vennero quelle drammatiche notti, che era lei a svegliarsi, i sogni ormai l'avevano abbandonata.

<<AMORE MIO, TU PIANGEVI SEDUTA SUL LETTO, TENTAVI DI RITROVARE QUEI SOGNI PERSI, MA ORAMAI SEMBRAVA INUTILE ED IO SVEGLIANDOMI TI ABBRACCIAVO E TI STRINGEVO A ME, PER NON FARTI CADERE NEL BARATRO DELLA PAURA. E QUEL PIANTO CHE CRESCEVA LO AVREI VOLUTO IMITARE IN QUELL'ISTANTE. MA LO COMBATTEVO CON DELLE PAROLE SUSSURRATE DOLCEMENTE NEL VUOTO LASCIATO DAI TUOI SOGNI.>>

Dopo le poche notti passate da svegli a consolare il nostro amore, appresi che non potevano venirne altre, perché lei se ne stava andando per sempre. Forse fu una fortuna che fossero state poche, ma quello rimase l'ultimo richiamo della sua partenza, perché i dolori che la rapivano con urli strazianti andavano poi ad affogare in un mare di pianto vero. E nemmeno il mio amore sembrato fin lì forte, si è scoperto debole davanti a quel tumore che straziava l'amore della mia vita giorno dopo giorno.

A distanza di un anno dalla morte di Katrine Wagner, scopro che la sua mancanza cresce sempre di più, ed il fatto che sia sepolta in Germania nelle vicinanze di Bonn mi rende più difficile l'idea di non potere pregare sulla sua tomba, per un amore indimenticabile.


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