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EDITORIALI

Una Cdl in rotta di collisione; un Ulivo dalle foglie purpuree.

di Rosario Lavorgna

In questi tempi bui nei quali la politica italiana si avvia a riconsegnare il Paese nelle mani di un mai come adesso diviso e litigioso centro sinistra, togliendolo ad un dissaporito centro destra, tenuto unito (si fa per dire) dal mastice Berlusconi, alcune riflessioni sono d’obbligo se non vogliamo ritrovarci fra qualche mese a fare il pari e dispari in una cabina elettorale. Se da una parte Berlusconi si preoccupa di non perdere la Lega, ostaggio di una autonomia targata devolution e soprattutto enorme bacino elettorale nel nord del Paese, dall’altra parte i suoi alleati non solo tentano di strappargli la leadership, ma pongono veti pesanti sulle velleità della Padania. Ma la matematica non è un’opinione, e per il Polo perdere la Lega vorrebbe dire abbandonare definitivamente il bel sogno di rivincere le elezioni anche in considerazione del fatto che non hanno un altro schieramento politico da inglobare con percentuale di voti simile al partito del Senatur. L’ottimismo ostentato dal Premier, in questi ultimi tempi, cela in effetti una profonda crisi di identità e di intenti che sta logorando lentamente la coalizione tanto da aver tramutato la convivenza operosa in vicinanza bellicosa. Una sorta di tregua armata di cui di tanto in tanto si ode qualche colpo d’obice tra il leader dell’Udc Follini e lo stesso Berlusconi, intento a salvare il salvabile. E se questo significa la riforma del sistema elettorale che ben venga, anche se il centro sinistra ha annunciato ostruzionismo ad oltranza. D’altra parte, mettiamoci nei loro panni: hanno a portata di mano una vittoria realistica, e non certo per meriti politici propri o per capacità maggiori, ma semplicemente per demerito altrui, come potrebbero avallare o permettere che passi una legge che da vincitori li trasformerebbe in sconfitti? E nonostante le cose stiano in questo modo, e il dialogo sia oggettivamente impossibile su posizioni tanto diverse (mai come ora), c’è pure chi esorta ad un interlocutorio parlamentare sereno e costruttivo; un po come se bastassero qualche migliaio di emendamenti a mettere tutti d’accordo. Questa specie di ‘Politically correct’ che adorna le idee di Follini ovviamente non trova posto nella visione d’insieme del Premier, che gradirebbe molto di più una legge promulgata a botta di maggioranza, o come dir si vuole con il voto di fiducia, fuorché di scendere ad altri sterili compromessi con una sinistra che gli ha già rosicchiato lo schienale della sua poltrona. Romano Prodi, da parte sua, si limita a ribattere a qualche affermazione, impegnato come è a ricucire con la Chiesa Cattolica e con alcune frange del suo stesso schieramento che continuano a non gradire tante ultime esternazioni programmatiche, e a non far arrabbiare Fausto Bertinotti. Ma come si suole dire: l’appetito viene mangiando, per cui è facile attendersi che una unione di intenti ed un programma che non cozzi troppo con le sacrosante tradizioni italiote giungerà forse solo ad elezioni vinte, ovviamente insieme ai problemi di convivenza di forze politiche tanto diverse per natura e tradizione. Il centro sinistra ha dalla sua non solo la tanto cavalcata crisi economica, ma anche il contrario di essa. Infatti se ultimamente siamo stati informati dall’Istat che gli occupati sono cresciti di circa un quarto di milione, quando si va a leggere il diagramma di tale crescita ci si rende conto che il primato assoluto spetta al nord Italia. Nel sud della nostra penisola, al contrario, le cose non vanno come pensa il Premier, anzi, è qui che sono nati e crescono di giorno in giorno i focolai di disaffezione nei confronti di una politica nazionale orientata al nulla e schiava degli enti locali feudo del centro sinistra. Quanto è diversa la seconda Repubblica dalla prima! Tanto, troppo, esageratamente. (22.9.05 ore 6:03)

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