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Vogliamo discutere dell'Acqua in Campania? 

di Raffaele Pirozzi *

La decisione dell'Assemblea dell'ATO 2 Napoli- Volturno di revocare la delibera per l'indizione della gara per la selezione del partner della costituenda società mista a prevalente capitale pubblico per la gestione del Servizio Idrico Integrato, adottata il 30 gennaio 2006, certamente si inquadra nello scenario politico pre elettorale. Questa decisione fa seguito a quella assunta dalla giunta regionale della Campania ed ai due disegni di legge rispettivamente di - Rifondazione Comunista ; - dell'Udeur entrambi prevedono di dare gratis una certa quantità dell'acqua ai cittadini campani. Nella stessa assemblea vi erano Sindaci che, nei comuni da loro amministrati, non riscuotono le bollette dell'acqua erogata. Allora , credo che fino al 09/10 Aprile c.a. bisogna pensare a fare le elezioni, la discussione la si farà dopo. Infatti,le richieste dei movimenti, interpretate dalle formazioni della sinistra radicale, e, soprattutto, l'impatto sull'opinione pubblica fortemente sollecitata dalla fuorviante preoccupazione della privatizzazione dell'acqua, hanno determinato la messa in discussione di una scelta, perfettamente legittima e praticata nella quasi totalità del Paese, ed apre scenari densi di incognite. Va riconosciuto, comunque, il merito a queste posizioni di aver suscitato un dibattito che ha posto al centro il problema idrico che era stato fortemente sottovalutato per le sue diverse implicazioni e che, sostanzialmente, apparteneva ad un ristretto numero di addetti ai lavori, spesso in conflitto fra loro e, non sempre, per nobili fini. E, pur tuttavia, all'attualità si ripropongono i temi, veri e di merito che rimangono, in pratica, quasi tutti irrisolti. Infatti, se è vero come è vero, che questo settore ha bisogno di grandi interventi per costruire, adeguare, migliorare e fare la manutenzione degli impianti, la domanda di dove si reperiscono le ingenti risorse finanziarie occorrenti, rimane inevasa. Il dibattito si è incentrato unicamente sull'acqua potabile, probabilmente perchè la presunta privatizzazione fa mediaticamente colpo sulla cittadinanza. Si sono usati toni da terzo mondo, laddove tale aspetto è davvero esistente, ma nulla è stato detto sul come si farà per assicurare un buon servizio a quell'ampia parte di popolazione che soffre dell'erogazione dell'acqua per fasce orarie, che usufruisce di una qualità non sempre ottimale, di come preservare una risorsa non inesauribile, limitando abusi, sprechi e perdite che sono calcolate in gran parte del territorio, addirittura vicino al 50% dell'acqua prelevata da fonti e falde, nulla si è sentito circa la tutela e la protezione degli acquiferi per preservarli dagli inquinamenti. Ma soprattutto l'assordante silenzio ha coperto gli aspetti meno noti, perchè forse di minor impatto mediatico, della raccolta delle acque reflue e del loro trattamento. Infatti, tranne rarissime eccezioni, nessuno parla della drammatica carenza, nel nostro territorio di un efficiente, quando esiste, sistema fognario; ce ne si ricorda solo in occasioni, purtroppo frequenti, dei dissesti e dei danni procurati da acquazzoni. E che dire del sistema di depurazione, fortemente carente in Campania, sia perchè spesso inesistente, sia perchè spesso obsoleto ed inefficiente? Anche qui, si scatenano fortissimi commenti negativi allorchè, puntualmente, si scopre che il servizio di collettamento delle acque reflue è insufficiente e che procura danni idrogeologici, ovvero si constata la non balneabilità di lunghi tratti di mare a seguito dello sversamento diretto. Non è nemmeno il caso di accennare agli usi plurimi delle acque, al loro riciclaggio per usi industriali ed irrigui: queste sono cose che appartengono ad un'altra Italia, quella posta a nord del Garigliano. Le elezioni passeranno, e il ceto politico, istituzionale ed amministrativo, dovrà certamente fare i conti con questa realtà. Si assisterà al rituale balletto di scarico di responsabilità, all'ormai ancor più rituale riconoscimento degli errori commessi, all'imprevedibilità degli eventi atmosferici, confidando sulla memoria corta dei cittadini che, come al solito, saranno costretti a subire turnazioni nell'erogazione, sospensioni della fornitura per i frequenti guasti, a tollerare una qualità non sempre eccelsa, al ricorso all'acqua minerale, a strade invase da fanghiglie e maleodoranti liquidi, quando non dissestate, ai divieti di fruizione del mare, al degrado ambientale. Ed inoltre ci sarà, come è sempre avvenuto, il solito critico che denuncerà la mancata programmazione, lo spreco o il non utilizzo se non la perdita di ingenti finanziamenti, e tutti ricorreremo, con il solito fatalismo meridionale, all'adda passà a nuttata.La domanda che facciamo: Quando durerà la nutttata? Ma tale situazione, genera nel contempo, altre domande, che, fosse solo per curiosità, meriterebbero puntuali risposte. La Legge di riforma del sistema idrico integrato, all'atto della sua emanazione suscitò tanti consensi e addirittura entusiasmi in tutti gli ambienti politici, ecologisti ed imprenditoriali perchè finalmente veniva superato il sistema della parcellizzazione gestionale, veniva individuato un sistema industriale della gestione propagandato con la efficienza, efficacia ed economicità, si poteva realizzare qualcosa di concreto per la salvaguardia ambientale, si sperava nella costruzione di un sistema degno del vivere civile; come mai nell'ATO 2 Napoli Volturno questa legge stenta tanto ad essere attuata dopo tanti anni? Perchè dal settembre del 1997, l'individuazione del soggetto gestore non è stata ancora effettuata? Eppure, nel territorio, erano presenti situazioni sulle quali era ragionevolmente e legittimamente possibile costruire ipotesi gestionali. Per l'acqua potabile vi era una grande azienda, per capacità professionali, per competenze, per esperienza, per popolazione servita, per fatturato – l'Acquedotto di Napoli, azienda interamente pubblica – cui la legge, negli anni passati, consentiva di affidare in house il servizio. Da essa si poteva partire, associando anche le altre gestioni pubbliche presenti, come il CTL di Caserta, l'azienda ischitana, la parte dell'acquedotto campano ex Casmez e tutte le altre gestioni comunali interessate. Perchè ciò non è avvenuto? Certo, nel 2000 è avvenuto qualcosa. Anche qui la memoria è corta. Oggi si direbbe che allora si voleva privatizzare l'acqua di Napoli. Infatti, è dell'ottobre del 2000 la trasformazione dell'ARIN da azienda speciale del comune di Napoli in S.p.A. per entrare poi a far parte di una società mista con il gruppo ITALGAS. E' davvero strano come quell'operazione che prevedeva il prevalente capitale pubblico proprietario del 53% delle azioni veniva presentato come una delle più importanti e positive iniziative, mentre oggi la costituzione di una società mista con il capitale pubblico al 60% viene definita una spregevole privatizzazione. E come mai, ancora oggi, l'ARIN è regolata da quegli atti deliberativi, gestita "temporaneamente" (6 anni) da un amministratore unico, spesso oggetto di considerazioni fortemente critiche alle quali puntualmente si mette una potentissima sordina? Forse, all'attualità sarebbe il caso di ripubblicizzare quest'azienda a cominciare da una gestione più trasparente e propria di un'azienda pubblica. Perchè, in questi anni si è assistito ad una forte crescita delle aziende pubbliche del settore, quotate in borsa, rispondenti alle esigenze dei cittadini e alla finanza degli enti locali, come quelle di Roma, di Brescia, di Genova, di Torino, di Modena di Bologna, della Toscana,........? Perchè ciò non è stato possibile anche a Napoli? Certo non è più accettabile cavarsela rispondendo: perchè siamo nel meridione. "L'oro di Napoli" di Giuseppe Marotta, ovvero la pazienza e la tolleranza dei napoletani, non si esaurirà mai? (10.2.06 ore 06:04)

*Ex -segretario regionale CGIL Campania

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