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Nota sulle politiche di sviluppo del Mezzogiorno. L'obiettivo: suscitare una discussione sui temi :Sviluppo, lavoro, lotta alla criminalità organizzata e non, efficienza dei servizi nel Mezzogiorno.

di Raffaele Pirozzi

Lavorando sul territorio e ripercorrendo la mappa del sistema imprenditoriale meridionale, ci si è trovati di fronte ad un processo di vera e propria esplosione, almeno in termini numerici, dell'apparato di impresa, cresciuto - pur nelle sue eterogeneità ed incoerenze interne - probabilmente anche oltre le aspettative per chi si occupa di ricerca. Il dato dolente è che a fronte di questa esplosione numerica gli occupati diminuiscono. Al punto da sollevare spontaneo l'interrogativo, prima soggettuale e puntuale, poi anche più territoriale, se non ci si trovi di fronte alla necessità di dover ridisegnare daccapo una mappa dello sviluppo locale che possa suggerire, quindi, obiettivi specifici di selezione degli incentivi. Per quanto riguarda il sistema delle imprese, gli ultimi anni ne hanno favorito uno sviluppo progressivamente sempre più rilevante, nella sua dimensione inerziale e spontanea - natalità delle nuove imprese - sia nella componente “illegale” e sommersa che sta alimentando aree di localismo meridionale a potenziale vocazione distrettuale. Va sostenuta ed accompagnata la crescita del territorio come luogo e soggetto dello sviluppo per l’impresa. In stretta correlazione con il primato localistico, occorre avere attenzione alle necessità della rapida crescita del quadro istituzionale. Non c’è dubbio che il Mezzogiorno se oggi ha un deficit sostanziale, è anche un deficit di efficienza delle istituzioni locali. Giocano in ciò sia una lunga storia di inesistenza di esperienze di potere locale sia la tradizionale verticalizzazione delle responsabilità di sviluppo nello Stato e nell’intervento straordinario; per cui oggi regioni, province, comuni sono nel Sud prevalentemente istituzioni a bassa efficienza, a scarsa accumulazione operativa, a difficile capacità di incidenza sulla realtà circostante e non già per motivi politici ma per motivi tecnico-professionali. Un accompagnamento alle aree meridionali per gli anni a venire non potrà, dunque, mettere da parte o non considerare adeguatamente questi tre processi in atto, dovendosi sforzare, al contrario, di attivare un ulteriore sforzo di sostegno ed accompagnamento almeno ad alcune delle tre diverse dimensioni sopra accennate. Occorrerà, infatti, puntare, come è d'altronde già avvenuto in altre aree del Paese, allo sviluppo molecolare del sistema di imprese anche nel Mezzogiorno, senza continuare ad insistere su antiche ipotesi polaristiche che rischiano di essere poco coerenti con la realtà odierna e con le sue prevedibili evoluzioni. Occorrerà poi insistere con attenzione e continuità nel lavoro di consolidamento e diffusione della concertazione locale e del tessuto di nuove responsabilità soggettuali che su di esso si è innervato, cercando di non farsi demotivare troppo dalle modalità concrete con cui gli indirizzi di governo sono riusciti sino ad oggi a limitare la vitalità e la spinta del localismo economico. Infine, non c’è dubbio che è in atto un profondo processo di cambiamento nel decentramento di responsabilità istituzionali al livello locale e che sul suo intelligente accompagnamento si giocherà gran parte non solo del futuro istituzionale ma anche di quello socioeconomico del Mezzogiorno. Accanto a questi processi, poi, e trasversalmente ad essi ed al territorio, si sta ponendo la lunga deriva della molecolarizzazione dei comportamenti imprenditoriali (il capitalismo personale) che investe il Sud, così come il resto del nostro Paese. I fenomeni ed i processi che si presentano oggi nel mercato del lavoro non si possono ricondurre ad una fase di leggero "passaggio" ma ad una vera e propria trasformazione di ciclo: il lavoratore-massa ha un ruolo sempre minore e sempre meno spazio, mentre viene espandendosi quello del lavoratore–individuo e crescono, in parallelo, i comportamenti economici individuali. Ciò contribuisce a delineare una nuova lunga deriva processuale che, ponendosi trasversalmente ai soggetti ed ai processi sul territorio, si prefigura ormai come una chiave interpretativa e di lettura fondamentale per comprendere i fenomeni dell'oggi e Pagina 4 dei prossimi anni. Il sapere professionale da peculiarità distintiva solo di una parte del lavoro autonomo diviene elemento competitivo per tutti i lavori individuali; la formazione può, a giusta ragione, rappresentare un elemento di selezione importante nei processi di incentivazione ai progetti sistemici. Per quanto attiene più strettamente al mondo del lavoro il nuovo ciclo si sta inaugurando all’insegna del primato della individualizzazione, delle domande ad esso sottese, della necessità di uscire dai vincoli della regolazione di tipo macro per entrare in una fase di responsabilizzazione progressiva degli individui rispetto alla determinazione delle rispettive posizioni lavorative, contributive e non. Le competenze rappresentano sempre più il portafoglio personale per l’accesso nel mercato del lavoro e nella carriera. Il sistema della conoscenza per la Ricerca e sviluppo, le nuove tecnologie, le differenti tipologie di organizzazione del lavoro contribuiscono poi a creare occasioni di impiego essenzialmente basate sull'autonomia, gestendo i meccanismi di frizione e incontro tra domanda ed offerta. La qualità dei posti di lavoro attivabili ed i corrispondenti livelli di reddito saranno funzione certamente anche della velocità con cui il Paese saprà adattarsi a questo ciclo del lavoro individualizzato; ma la possibilità è che si aprano ampie e interessanti possibilità di impiego legate sia alle tecnologie innovative, sia alle attività di servizio, sia alle attività di Ricerca e sviluppo, soprattutto nelle regioni meridionali in maniera meno parcellizzata e vaporizzata sul territorio con particolari condizioni di incentivi che potrebbero esercitare una decisiva inversione nelle tendenze del mercato. Se si concorda con queste riflessioni emerge allora la consapevolezza della necessità di attivare un percorso strategico di accompagnamento allo sviluppo del Mezzogiorno che partendo da una lettura di dettaglio dei fenomeni in campo riesca ad attivare proposte in grado di assecondare la spontanea convergenza dei diversi soggetti locali. E’ possibile prefigurare almeno due snodi importanti di un simile percorso di accompagnamento e proposta politica: il primo, potenziare e trasformare il credito locale; il secondo, provare a compattare le spinte centrifughe in una attrazione centripeta sul territorio fatta di corridoi, quadranti, macrodistretti. Che si tratti della micro-impresa, dei patti territoriali, delle forme embrionali del governo locale, o piuttosto della nuova lunga deriva del sommerso, del consumo individuale, del lavoro autonomo innovativo, il sistema del credito non appare capace di muovere nelle nostre regioni passi significativi a supporto di realtà territoriali in costante mutamento, che esprimono domande di reti di credito più idonee alle loro esigenze. Già alcune analisi avviate, ma anche i colloqui diretti avuti con i protagonisti locali lasciano prefigurare un movimento spontaneo e una più intensa necessità strategica di lavorare compattando soggetti e processi produttivi, logistici e istituzionali intorno a nuove geometrie territoriali non già da confini tradizionali quanto piuttosto da reinventare caso per caso. Credito e macroaggregazioni territoriali e funzionali possono rappresentare due possibili alternative di accompagnamento del nuovo sviluppo meridionale, ma certamente altre strade possono essere esplorate, non ultime le ricette di stimolo all'imprenditorialità o incentivo all'emersione o la stessa innervatura infrastrutturale. L'elemento essenziale è attivare un percorso completo, flessibile, innovativo, di riconoscimento delle realtà locali, di loro accompagnamento ad una crescita coerente, compatibile e spontanea, di affiancamento alla rielaborazione delle loro identità, della rappresentazione che esse hanno di sé e danno all'esterno e anche della rappresentanza che potranno o vorranno darsi, e per questo le politiche di incentivo giocheranno un ruolo preminente. Nella convinzione che il potenziale meridionale in gioco sia decisamente molto elevato, così come elevate siano le possibilità di valorizzarlo e moltiplicarlo sul territorio. In termini teorici vi è la necessità di avere politiche complementari per lo sviluppo del Sud: politiche di sostegno ai sistemi locali e, simultaneamente, politiche nazionali finalizzate alla crescita del sistema meridionale. Inoltre, questa impostazione va declinata all’interno della più ampia questione mediterranea. Pagina 5 L’iniziativa dei Presidenti delle regioni meridionali di costruire un Tavolo di coordinamento va collocata in questo contesto, una iniziativa non effimera, che rifuggi da una logica politica contingente – costruire una forza di pressione nei confronti del governo centrale – finalizzata all’apertura di un confronto programmatico per superare le deficienze e le storture di una politica nazionale che, a destra come a sinistra, ha reputato il Sud una questione oramai marginale, privando il paese intero di una grande opportunità. L’Unione meridionale deve scegliere, con coraggio, la strada meno facile: dispiegare una iniziativa programmatica che non sia la mera sommatoria dei singoli problemi e delinei, invece, una prospettiva programmatica valida per il sistema Italia, colmando, per questa via, un deficit programmatico che non appartiene solo all’alleanza di centrodestra. Il Tavolo di concertazione deve porre con forza la necessità di aprire un dibattito strategico su questi temi a partire dalla constatazione che l’attuale suddivisione delle regioni è un ambito angusto e insufficiente per il dispiegarsi di una politica nazionale per il Mezzogiorno. Per questo, prima di discutere di procedure e deleghe bisogna definire meglio gli ambiti istituzionali, riprendendo la discussione sulla macroregione meridionale, proposta, a suo tempo, dallo studio puntuale, preciso e ancora attuale della Fondazione Agnelli. Intanto si può pensare a forme di coordinamento interregionale, a partire dall’utilizzo comune dell’ultima trance di finanziamento europeo: il Por 2007-2013 che andrebbe finalizzato alla risoluzione di alcune questioni strutturali e, nel contempo, all’individuazione degli assi su cui puntare per rendere competitivo l’insieme del Mezzogiorno. Una politica meridionale per il Mezzogiorno deve svilupparsi individuando cinque assi di sviluppo e di integrazione all’interno della realtà meridionale: l’asse di integrazione tra la provincia di Napoli e le Puglie, il vecchio tragitto di Via Nazionale delle Puglie; l’asse di integrazione tra il beneventano e il Molise, quello che qualcuno ha definito il Molisannio; l’asse “tirrenico” che si sviluppa sul percorso Napoli-Salerno-Calabria; il collegamento tra Tirreno e Adriatico, attraverso l’asse Salerno, Potenza, Bari, Salerno- Lioni-Grottaminarda. Le politiche territoriali dovrebbero sviluppare una razionale politica d’integrazione tra questi assi e favorire la creazione di un insieme di reti, materiali e immateriali, per consentire l’intermobilità e l’interscambio tra gli assi e i nodi del sistema Mezzogiorno. Il Tavolo, se non vuole ridursi ad essere un mero strumento di pressione per liberare risorse economiche da distribuire senza un progetto, deve farsi promotore di una interlocuzione nazionale con le forze economiche e sociali per individuare i punti di forza e di eccellenza da cui partire. I punti devono essere pochi e chiari, devono prefigurare le soluzioni, non sommare i problemi, per consentire una concentrazione rilevante di risorse umane e finanziarie che realizzino le necessarie masse critiche capaci di innescare un circolo virtuoso di sviluppo. Tutte le regioni meridionali sono afflitte, in modo omogeneo, dal problema dell’illegalità e dell’inefficienza della pubblica amministrazione che costituiscono il più forte disincentivo agli investimenti nel Mezzogiorno. L’illegalità diffusa trova la ragione prima della sua espansione ed il suo alimento, nell’assoluta assenza di ordinarietà. L’Unione deve impegnarsi, sottoscrivendo un patto con gli elettori, a mettere mano, finalmente, all’efficacia e all’efficienza delle procedure ordinarie della pubblica amministrazione a tutti i livelli. Una siffatta politica non produce risultati spendibili nel breve periodo, va al di là della scadenza di mandato, ma è la condizione prima per realizzare qual si voglia politica di sviluppo ed è la prima ragione di una politica di sinistra. Le politiche di sostegno allo sviluppo locale hanno privilegiato una logica di sostegno al sistema delle imprese, che spesso non ha prodotto risultati significativi. È necessario passare ad una politica di tutela e di sostegno alle singole realtà produttive, accompagnandole in un percorso di crescita, attraverso l’offerta di servizi innovativi. Una siffatta politica potrebbe essere affidata ad una agenzia interregionale che realizzerebbe le necessarie economie di scala e di integrazione, necessarie per accompagnare le imprese e i Pagina 6 sistemi locali di sviluppo nelle loro politiche di integrazione e presenza sui mercati internazionali. In assenza di una politica nazionale per lo sviluppo, quant’anche si portassero a termine tutti questi processi, essi, di per sé, non sarebbero sufficienti a risolvere i problemi del Mezzogiorno che necessitano di una politica nazionale – non centralistica – che sappia intrecciare il problema del Mezzogiorno con quello di una politica contro il declino industriale del Paese. La residualità della presenza industriale nazionale e meridionale ci mette nelle condizioni di poter osare una vera politica dell’innovazione che sappia intrecciare la lotta al degrado del territorio con la valorizzazione delle risorse naturali materiali e immateriali e con politiche di sviluppo sostenibili e innovative. Un terreno su cui l’Italia parte avvantaggiata, per effetto dei suoi ritardi nell’affrontare la questione, è quello delle politiche energetiche. L’Italia ha un deficit energetico considerevole anche perchè negli anni scorsi non ha compiuto le scelte necessarie a superare questo gap. Paradossalmente questa situazione ha un aspetto positivo: sul piano delle tecnologie, non abbiamo compiuto scelte irreversibili, come ad esempio la scelta del nucleare. Questa situazione ci offre la possibilità di puntare da subito sull’idrogeno. Le regioni meridionali devono candidarsi naturalmente ad essere il luogo deputato per lo sviluppo di una politica energetica di sperimentazione delle tecnologie legate all’idrogeno, a partire dal sostegno alla ricerca attraverso una forte integrazione tra il sistema universitario, quello della ricerca e quello delle imprese. Il Mezzogiorno deve porre con forza il superamento di una politica che ha puntato alla privatizzazione dei monopoli pubblici ovvero, ne ha trasferito la proprietà da pubblica a privata, rinunciando alla costruzione di reti pubbliche e consentendo una situazione anomala dove, il gestore della rete, attraverso politiche di dumping, è un competitore sleale nei confronti degli altri produttori di servizi a discapito dell’economicità e dell’efficienza del servizio. Il consistente patrimonio archeologico, monumentale e culturale del Mezzogiorno è la base di partenza su cui sviluppare una politica del tempo libero che superi l’idea del sostegno al turismo inteso come sostegno alla costruzione di alberghi e ristoranti e inizi ad affermare l’idea del turismo come cross-over di tecnologie e risorse che ponga in rete risorse materiali e immateriali che trasformi il Mezzogiorno in un enorme Parco a tema integrato, che assumi il turismo come elemento trasversale a cui finalizzare un intervento a tutto campo, sostegno al commercio elettronico di prodotti tipici, costruzione di siti web, digitalizzazione del patrimonio ecc. Porre la questione meridionale nell’ambito di quella mediterraneo significa anche individuare settori strategici, a partire dall’agroindustria e dalla gestione delle acque (desalinizzazione e potabilizzazione), per una politica di cooperazione tra i Paesi mediterranei. Un progetto di lungo periodo, foriero di risultati positivi, anche per una politica di pace, potrebbe essere la costituzione di un Istituto Universitario Mediterraneo, di carattere residenziale, sul modello dei college, per aiutare la formazione di una classe dirigente mediterranea cosmopolita, la Regione Campania si potrebbe candidare ad ospitarlo. In vista delle elezioni politiche del 2006 i Presidenti meridionali, alla fine di un percorso di dialogo con le forze vitali della società meridionale, potrebbero indire gli Stati generali della Sinistra Meridionale dove presentare il progetto per il rilancio internazionale dell’Italia attraverso una politica nazionale per il Mezzogiorno. Su questo documento gli organismi dirigenti eletti dal XV° Congresso sono impegnati a convocare, nell’autunno del 2006, un Convegno meridionale per definire le proposte di sviluppo dell’Area Meridionale. (16.1.06 ore 16:49)

Raffaele Pirozzi ex -segretario regionale CGIL Campania

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