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di Nunziante Minichiello Gli investimenti sono più una speranza che una certezza, perché non c’è sicurezza, non c’è tranquillità, non c’è possibilità di lavorare in concordia e serenità, mentre certo è che si trasferiscono all’estero delle attività. Allora l’occupazione chiede l’intervento dello stato. Dire stato, in pratica, è dire politica e sindacato, il quale non raramente più che sindacato fa politica, senza con questo voler assolutamente negare una politica del sindacato. Ben venga comunque l’intervento dello stato e per esso della politica e del sindacato, i quali però facciano dipendere gli interventi solo dalla lex e mai dagli umori di chi l’applica. Interventi valutati da esperti, provvisti di titoli e meriti, capaci di individuare le iniziative da realizzare e di valutare l’impresa prima di concretizzarsi, onde non incorrere in fallimenti, che avrebbero ripercussioni anche su chi ha avallato il progetto. Lo stato rimane socio o proprietario dell’azienda in ragione del capitale investito, che può sempre essere restituito con gli interessi dovuti. Lo stato vigila a che le maestranze, tra le quali il rispetto della persona è assoluto ed il reciproco aiuto per continuo miglioramento è praticato naturalmente, capiscano che la loro azienda è veramente di loro proprietà, totalmente o per la parte di investimento effettuato dallo stato, ne abbiano buona cura, la facciano crescere e siano messe in condizione di elevarsi responsabilmente per poter accedere a qualunque posizione dell’azienda, a prescindere dal livello di partenza; a che la rotazione nelle funzioni sia almeno annuale; a che tutto il personale dell’azienda, e solo questo, possa acquistare azioni dell’impresa, che non sarà mai oggetto di monopolio, al costo del valore iniziale investito dallo stato, a prescindere dal valore attuale, a dimostrazione che la solidarietà dello stato è concreta e premiante; a che l’azienda finanziata dallo stato, cioè dalla comunità, sia produttiva, ossia capace di produrre reddito e quindi entrate per lo stato che le destina anche e soprattutto ad altre attività produttive, le quali solamente consentono di assicurare servizi sociali di prim’ordine. Chiarirsi le idee prima e le posizioni poi è molto importante non solo per i lavoratori e le aziende, ma anche per tutta la società, la quale, lavoratori ed aziende compresi, investe per il benessere di tutti e la pace di tutti, che non possono essere turbati un giorno sì e l’altro pure da manifestazioni, pretese, contestazioni e scioperi, che, alla resa dei conti, non portano bene né alle aziende né ai lavoratori e neppure alla società nella sua interezza, di cui fanno parte ovviamente anche aziende e lavoratori, ma certamente denunciano disagio, incomprensione, quando non avversione e scontro, che con la civiltà in genere e la civiltà del lavoro in particolare hanno ben poco a che vedere. I diritti acquisiti vanno precisati meglio e corretti in meglio, per assicurare a tutta quanta la comunità quella pace sociale che gli uomini sognano e puntualmente la realtà nega. La partecipazione è cosa buona ed indice di vera civiltà e di vera democrazia, fino a quando non imbocca il vicolo della spartizione, la quale comporta sperequazioni, malcontento, insofferenza ed anche rivolta, con buona pace della libertà, della giustizia e della solidarietà. (11.12.05 ore 8:04) |
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