QUOTIDIANO D'INFORMAZIONE

 

Attualità - Cronaca - Politica - Fatti - Eventi - Cultura - Spettacolo -Sport- Benevento - Regione - Italia - Speciali - Internet

Questo spazio è dedicato alla tua pubblicità

i nostri prezzi

APPROFONDIMENTI   

Lettera aperta all'onorevole ErminiMazzoni da parte del Dr. Carlo Iannotti: Iper-Prescrizioni e prescrizioni di farmaci contestati dalle Asl.

Si sta facendo pericolosamente strada un concetto perverso, secondo il quale viene ritenuto un illecito, o peggio, un reato vero e proprio, il comportamento del medico che decide di curare i propri pazienti in modo corretto e solidale secondo scienza e coscienza anteponendo - come è giusto e doveroso - l'interesse dei pazienti stessi alle necessità economicistiche del SSN.

1. La scarsa copertura finanziaria del Servizio Sanitario e cattiva gestione delle risorse

    Il fenomeno della cosiddetta iper-prescrizione di farmaci da parte dei medici di famiglia è, in realtà, un fatto privo di un effettivo riscontro oggettivo. Si tratta di un teorema scaturito da un errato utilizzo della analisi statistica da parte delle ASL e strumentalmente utilizzato dagli amministratori per tentare di giustificare lo sfascio cui esi stessi hanno condotto il sistema sanitario. Non è estraneo al fenomeno un certo pregiudizio dovuto ad una sostanziale ignoranza medica di chi amministra la sanità. La verità, a proposito di spesa farmaceutica, è semplicemente questa: le consuete prescrizioni farmacologiche dei medici a favore dei propri pazienti appaiono improvvisamente “anomale” solo perché non sono più sufficientemente coperte dal punto di vista finanziario a causa del ridotto finanziamento regionale da parte dello Stato in ossequio alla “devolution”. La mala amministrazione sanitaria locale rende poi ancora più   insufficiente la già scarsa copertura finanziaria.  E' del tutto evidente invece che non sono i medici di base ad essere diventati tutti spendaccioni, incapaci o corrotti da un po' di tempo a questa parte. E’ vero invece che la  quotidiana, normale (e meritoria) attività dei medici al servizio della collettività viene sfrontatamente additata come esosa in modo del tutto pretestuoso ed ingiustificato. Come potrebbe peraltro la spesa farmaceutica essere responsabile del tracollo del sistema se essa incide sull'intera spesa sanitaria una percentuale compresa tra il 7 ed il 15% ? E’ evidente perciò che anche tanto accanimento nei confronti di essa non è facilmente spiegabile se non si tiene conto del fatto che è forse l’unico capitolo di spesa  rimasto nelle mani dei medici e non degli amministratori. Ci si accanisce solo nei confronti di questo capitolo di spesa  per non volere mettere mano agli sprechi del sistema dove realmente sono.

Enormi capitoli di spreco sanitario sono rappresentati sostanzialmente dal costo della gestione lottizzata del sistema: convenzionata esterna, consulenze etc.. Per tentare di contenere una spesa di per se incomprimibile ( e vorrei vedere che un medico si possa mai rifiutare di curare un malato !) si sono dapprima individuate una serie di restrizioni  prescrittive stilate in forma di note di appropriatezza da una Commissione/Agenzia appositamente insediata (CUF/AIFA). Poi si é arrivati palesemente ad adombrare che l’attività medico-assistenziale venga dai medici esercitata in maniera genericamente e diffusamente truffaldina. Ad esempio in una recente dichiarazione apparsa su un quotidiano locale a proposito di una “farmatruffa” il direttore sanitario dell’ASL Bn1 ha commentato l'episodio accomunando l'eccezionalità della circostanza alla quotidiana normalità esprimendosi testualmente così: "troppe ricette, un'anomalia nota". Come si vede l’ossessione del risparmio ed il pregiudizio nei confronti dei medici di famiglia è ormai tale che un amministratore non si preoccupa più minimamente di criminalizzare un'intera categoria accomunando la meritoria attività della stragrande maggioranza di medici onesti a quella di qualche mela marcia. E nemmeno ci si rende conto che la delegittimazione della figura del medico di base finisce per di minare la fiducia che è la base del rapporto medico-paziente, nel quale il medico deve essere il punto di riferimento per ogni scelta diagnostico-terapeutica. Questa delegittimazione finisce non solo per danneggiare i cittadini ma diventa un fattore di lievitazione di spesa poiché quando i pazienti non si fidano più del proprio medico incrementano le consulenze specialistiche e moltiplicano  gli esami diagnostici.

·          Ma i nostri amministratori,mediamente incapaci di gestire e controllare la spesa sanitari, hanno fatto anche di peggio: sono passati da pesanti intimidazioni ai fatti. A Milano, nel momento in cui scriviamo, sono stati denunciati alla Corte dei Conti, per presunto danno erariale, 564 medici di base dopo che le loro presunte iper-prescrizioni sono passate al vaglio delle fiamme gialle. L’ultima trovata intimidatoria da parte degli amministratori è stata infatti quella di delegare i controlli della appropriatezza delle cure mediche alla Guardia di Finanza (?!). Ma se una delega di tal sorta suona come esplicita ammissione di incapacità di controllo da parte delle AL come allora pretendere che dei pur ottimi militari possano ergersi a giudici in materia di appropriatezza di cure mediche?  L’assessorato della Regione Lombardia, forse improvvisamente fulminato dalla paradossalità della cosa, ha tentato di metterci una “pezza” emettendo un comunicato stampa congiunto con i sindacati medici rappresentativi della maggioranza della categoria ove le parti hanno dichiarato di concordare sulla “assoluta necessità che ogni valutazione sulla appropriatezza prescrittiva avvenga nel merito del singolo professionista e sia operato per il tramite di strumenti tecnico professionali, essendo inadeguati allo scopo indicatori di tipo esclusivamente statistico”. Certamente i medici apprezzano l’atto di risipescenza dell’assessore ma esso  giunge comunque tardivo e non assolve gli amministratori dall’essere comunque i  responsabili di un fattaccio di tale macroscopica grandezza. Bontà sua, l'assessore ha anche precisato che “ la Regione Lombardia ha confermato che gli scostamenti di spesa alla Procura della corte dei Conti non equivale, ovviamente, ad un accertamento di responsabilità, accertamento che non potrà che conseguire, ad un attenta disamina dei singoli casi, nel rispetto del contraddittorio”.  Che vergogna !  Sbattere i medici i prima pagina e costringerli ad affrontare un percorso giudiziario lungo e costoso “in assenza di esplicitate ipotesi di reato o inadempienza normativa”  per avere la “colpa” di discostarsi da una media di spesa arbitrariamente fissata. Inoltre in materia di sanità anche sacrosante garanzie giuridiche vengono ribaltate: non è la ASL che spetta l’onere della prova di colpevolezza, spetta invece ai medici l’onere della prova della propria innocenza. Come si può ipotizzare che in questo clima i medici possano serenamente ed curare i propri pazienti ?  Se i medici non curano efficacemente i pazienti rischiano denunce per malpractice o peggio; ma se lo fanno troppo efficacemente rischiano di essere incriminati  per discostarsi dalla spesa sanitaria media fissata in modo del tutto arbitraria dagli amministratori. 

Ma in realtà, a dispetto di ogni tentativo di fare dei medici di famiglia il capro espiatorio di un sistema corrotto e decrepito, l’attività dei medici di base sul territorio risulta essere invece l’ultimo baluardo del sistema stesso. Lo dimostra l’alto gradimento di cui godono i medici di famiglia presso i pazienti. Gradimento più volte rilevato da sondaggi ad hoc. Sempre che la logica perversa delle ASL non prevalga e ci costringa a curare i malati con l’acqua di Lourdes!

2. La cultura del sospetto

Ma analizziamo nel dettaglio il fenomeno messo all'indice come causa unica di tutti i guai della sanità: la presunta “iperprescrizione” di farmaci. A cominciare dalla terminologia. Se iper-prescrivere significa letteralmente prescrivere “di più” dobbiamo allora capire "più" di chi o di cosa la prescrizione medica è ritenuta essere in eccesso da parte delle ASL.  I casi teoricamente possibili  sono solo due:

      1.   Il  medico prescrive  più  farmaci di  quanto necessario a  curare una  data malattia

2.      Il medico prescrive farmaci più costosi di quanto necessario per curare una data      malattia.

In entrambi i casi - come è evidente -  si tratta di due aspetti di uno stesso teorema, tanto malizioso quanto privo di fondamenta, che solo le menti di politicanti ignoranti  potrebbe concepire. Il teorema è il seguente: non è vero che le risorse economiche investite in sanità sono scarse o mal utilizzate da che li gestisce. Sono i medici che sprecano risorse. O perché sono ignoranti o perché sono corrotti. Insomma in nome del primato della politica, i politici ci hanno prima estromesso dalla gestione della sanità, poi, sono passati pure ad accusarci dei loro sprechi o peggio delle loro ruberie. Vorrei obiettare che è ben difficile sostenere che i medici sono ignoranti considerato il lungo e complesso percorso formativo cui sono sottoposti. E, quanto all’aggiornamento, da quache anno sussiste per i medici l’obbligo dell’aggiornamento obbligatorio (ECM). Sempre che non si voglia mettere in discussione anche questo. Quanto alla così spesso, e disonestamente adombrata, collusione dei medici con le aziende farmaceutiche, basterebbero controlli ad hoc e ad personam anziché perseguire una politica di generalizzata ed irresponsabile delegittimazione di tutta la categoria.

Ma qual è alla fine l’accusa che gli amministratori muovono ai medici? L’accusa è che essi prescrivono ingiustificatamente farmaci più costosi di altri. Perché insomma un medico prescrive un antibiotico di 70 euro se ha a disposizione altri antibiotici che ne costano  invece 6 ? Senza volere fare scienza dei massimi sistemi anche chi non è addetto ai lavori comprende che già la sola contemporanea esistenza di farmaci di costo così diverso avrà bene una giustificazione scientifica. Ed inoltre, obiettano gli amministratori, perché vi sono medici che utilizzano antibiotici da 6 euro ed altri invece che prescrivono, di preferenza, antibiotici da 70 euro? Questa variabilità suggerisce purtroppo ad una mente maliziosa ed ignorante che il presupposto che ne è alla base deve essere necessariamente poco trasparente. Gli amministratori sembrano destinati a non riuscire mai a capire che una scelta così diversa é giustificata dall’intervento di una  serie di variabili legate alla diversità del paziente, alla diversità del medico e alla diversità del contesto. D’altronde mi spiace infrangere i sogni dei nostri amministratori che pretenderebbero di costringere i medici a prescrivere tutti il farmaco meno costoso secondo un dirigismo statale di stampo bulgaro, ma se gli esperti del Ministero hanno ritenuto di dovere inserire nel prontuario farmaci che, pur appartenendo alla stessa categoria, sono così diversi per costo sarà pure per un valido motivo scientifico. Se si potessero risolvere tutte le infezioni con un antibiotico da 6 euro potremmo allora depennare dal prontuario SSN tutti gli altri ottenendone un gran risparmio. Se questo non avviene allora qui i casi sono due: o sono ignoranti anche i responsabili della compilazione del prontuario SSN, o sono corrotti anche loro !!  E che dire di tutta la ricerca farmacologica mondiale mondiale: danaro sprecato secondo questa logica! Insomma se per una stessa diagnosi il medico ha la possibilità di scegliere tra più farmaci, questa discrezionalità ha giustificazioni scientifiche e - proprio per questo – è anche amministrativamente prevista e consentita dallo strumento del  prontuario SSN. Sempre che, in omaggio alla devolution non si voglia anche inventarsi un prontuario regionale calpestando così, in  nome del risparmio, il progresso sociale e la ricerca scientifica.

Va inoltre considerato che i medici di base operano sul territorio e non già nell’ambiente protetto dell’ospedale. Molto spesso devono agire - e rapidamente -  in base ad una presunzione diagnostica non avendo a disposizione i mezzi ed il tempo per una diagnosi di certezza. In tal caso, ad esempio, un medico più coscienzioso può sovradimensionare il proprio approccio terapeutico; uno più timoroso può invece ricorrere al ricovero. Ogni medico sa che è ben difficile ipotizzare il medesimo aprroccio terapeutico da parte di diversi medici in circostanze analoghe. E’ possibile insomma approcciare il medesimo problema terapeutico in più modi senza che la variabilità dell’approccio stesso configuri un errore terapeutico. Meno che mai un reato. La medicina non è una scienza esatta talché si parla ancora di “arte medica”. Inoltre sussistono effettivamente vari approcci  per giungere al medesimo risultato. Non da ultimo giocano nella scelta farmacologica una serie di valutazioni che scaturiscono da una diversa sensibilità e diversa preparazione del singolo medico. Sussistono anche una serie di valutazioni correlate alle condizioni del singolo paziente, così preponderanti, da giustificare l’insegnamento che sempre si raccomanda agli studenti di medicina di rammentare nella loro futura attività professionale:  “esiste il malato non la malattia”. Il che equivale a dire che - per definizione - non si potranno mai curare allo stesso modo due pazienti con la medesima diagnosi.

3.    Le analisi statistico-epidemiologiche delle ASL

 Abbiamo dunque analizzato qual è il pregiudizio che alimenta la cultura del sospetto nei confronti dei medici. Forse però questa non basterebbe da sola a spiegare le posizioni persecutorie delle ASL nei confronti dei medici stessi. Dal punto di vista degli amministratori il convincimento che i medici sprecano risorse è corroborato anche da “cosiddette” analisi statistico-epidemiologiche. Vediamo di che si tratta.

Da un po’ di tempo  i medici sono stati costretti ad informatizzarsi per dare conto alle ASL, per via telematica, di ogni loro singola prescrizione diagnostico-terapeutica. Perciò  l'informatizzazione ha reso disponibili,  presso le ASL, una mole di dati sanitari relativi alle prescrizioni mediche. Purtroppo il solito pressapochismo imperante in questi organismi – ove l’unico  vero titolo di studio richiesto è l’appartenenza ad un gruppo di potere (clientelismo partitocratico) – e la necessità di inventarsi qualche collocazione per i propri “clientes” ha condotto all'errato convincimento che quei dati avrebbe potuto essere utilizzati per ricavare da essi verità che prima rimanevano imperscrutabili. E cosa ha scoperto facendo statistica spicciola qualche improvvisato burocrate?  Qualcosa che invece di sembrare ovvia ha invece destato scandalo: si è scoperto nientedimeno che vi sono medici che prescrivono di più ed altri invece che prescrivono meno !!!????   Da qui qualche amministratore ha ritenuto di ricavare una ulteriore evidenza a conforto del teorema suggerito dalla cultura del sospetto: i medici che prescrivono di più debbono essere necessariamente ignoranti o corrotti (dalle case farmaceutiche)!!!  Inoltre se qualche medico riesce a curare i propri assistiti con meno soldi di quanto facciano altri suoi colleghi questo risultato deve essere possibile per tutti i medici. Ergo, le Asl devono sforzarsi di costringere i medici a perseguire quest’obbiettivo!  Da qualche anno a questa parte allora quasi tutte le Asl provvedono a raccogliere ed elabo­rare i dati sulle prescrizioni dei singoli medici di medicina generale per poi distribuirli agli interessati sotto forma di report aziendali. Un appuntamento fisso quello con i report delle ASL che spesso esita in  ansia per molti medici di famiglia. La fonte di tale disagio è la variabilità prescrittiva tra i diversi medici esaminata soprattutto in funzione della spesa ed interpretata come uno spreco peraltro poco trasparente. L’ansia dei medici è comprensibile se si pensa che  un medico è stato abituato da sempre a prescrivere farmaci ed indagini solo in funzione della patologia che si trova di fronte ed ignora se la sua normale attività lo ha portato a sforare la media di spesa arbitrariamente individuata come “virtuosa” dai burocrati. Se si pensa poi che stare fuori della media può addirittura portare ad essere indagato dalla magistratura e finire in prima pagina si può allora capire in che condizioni lavorano oggi i medici. C’è il rischio, purtroppo,  che molti medici, intimiditi dal perverso meccanismo, sia siano già adeguati a questa nuova realtà e, di fatto,  ipo- prescrivono  farmaci ed esami in contraddizione con le proprie conoscenze scientifiche e la propria coscienza con il grave rischio di danneggiare la salute dei pazienti. E più medici si adeguano più la media di spesa si abbassa con la conseguenza che i medici più attaccati al loro dovere corrono il rischio di finire indagati. Per molti Mmg perciò i report sono diventati un appuntamento fisso della vita professionale in grado di generare ansia e disagio. Per mezzo di essi viene loro rammentato continuamente di essere sotto stretta sorveglianza e molto spesso vien loro fatto capire che è meglio allinearsi a livello medio di spesa altrimenti i dati verranno sottoposti al vaglio della Procura.  A tale proposito mi sembra ci siano tutti gli estremi del mobbing per cui invito tutti i colleghi ad attrezzarsi per tempo per denunce di tal sorta.

4.    Valore dei report aziendali

Nel settore industriale il report è un documento che fornisce una sintesi informativa sull'andamento di un servizio, finalizzata al  conseguimento di obietti­vi negoziati in una logica di budget annuale. Per questi presupposti teorici il report è in primis finalizzato al monitoraggio dei parametri relativi agli obiettivi che sono stati preventivamente individuati, in una logica di programmazio­ne  e  controllo. Nelle imprese industriali gli obiettivi sono generalmente di natura economico-finanziaria, ad esempio un certo incremento annuale o semestrale del fatturato complessivo o delle vendite di un prodotto e così via. Quindi i report inviati ai medici in modo generico, cioè privi di una preventiva definizione degli obiettivi da raggiungere e degli indicatori per la valutazione, non hanno in realtà alcun valore se non puramente informativo ed intimidatorio. Rimane dubbio se non del tutto aberrante che una logica di tipo aziendale possa essere applicata in un settore come la sanità ove il ritorno dell’investimento finanziario lo si può aspettare solo in salute non certo in danaro. Parlare perciò di obbiettivi concordati significherebbe istituzionalizzare che l’amministratore di turno ha il potere di curare i cittadini in base al denaro che decide di investire secondo i suoi interessi politici. Tanto significa che si sta facendo strada un orientamento economicistico pericolosissimo e del tutto vanificante del progresso scientifico. Di fatto, secondo i nostri amministratori, una cosa sono i percorsi diagnostico-terapeutici individuati dalla scienza medica attraverso i progressi della ricerca scientifica e della medicina delle evidenze altra cosa sono le cure che le ASL si possono permetttere.  Cioè, per dirla in soldoni, una cosa sarebbero le migliori cure scientificamente possibili altra cosa sono le cure che lo Stato può dare. Ma non è ammissibile che una svolta così epocale nella assistenza sanitaria pubblica nazionale non sia frutto della scelta consapevole dell’intera società, non già una surrettizia deformazione conseguenza della cattiva gestione delle risorse operata dagli amministratori locali. Al momento né lo Stato né alcuna ASL mi risulta sia riuscita ad imporre un budget per medico. Questo però  non vuol dire che non ci siano amministratori che abbiano in animo di provarci autonomamente. Anzi molto spesso costoro trovano facile sponda in tanti medici che già da tempo hanno tradito la professione per un  sindacalismo deteriore asservito una certa politica di bottega. Se i medici non si svegliano e si ribellano alle minacce ed ai ricatti economici delle ASL rischiamo di arrivare a legittimare e ad applicare un pensiero mercificante della salute.

Ma ammesso che il presupposto teorico che sta alla base dei report sia corretto secondo le ASL  essi “dovrebbero essere utili per monitorare le scelte effettuate e avviare un confronto finalizzato all'autovalutazione della qualità professio­nale”.  Parole contorte per nascondere un pensiero semplice. In altre parole, secondo le ASL, i report servono ad individuare e perseguire i medici che spendono troppo. Ed in realtà l’unica conseguenza pratica dei report sono gli equivoci interpretativi e facili trabocchetti che scattano quasi automaticamente alla lettura dei dati. L'errore più comune, che fanno i nostri amministratori ma anche i nostri sindacalisti e molti  nostri colleghi, ad esempio, sta nel considerare le medie, relative alla Asl o al proprio distretto, come una sorta di obiettivo ideale a cui tendere, ed è certo che siano viste in questa chiave anche dai responsabili distrettuali. Vi è insomma il fondato rischio che le medie di spe­sa assumano implicitamente il ruolo di cut-off della prescrizione e che i medici siano conside­rati normo, iper o ipo prescrittori in relazione alla loro posizione rispetto alle statistiche. Si tratta della valutazione implicita nella logica dei report, che propongono in genere il confronto tra i dati del singolo medico o del gruppo con quelli del distretto, della Asl e della regione. Il primo problema che si pone è quello di stabilire preventivamente qual è la media corretta o di riferimento "a cui tendere" (ammesso che sia metodologicamente corretto). Basta esaminare i dati della spesa farmaceutica nazionale e locale per verificare quanta sia la variabilità delle prescrizioni sia a livello intra che inter-regionale. Quali sono quindi le medie di spesa "giuste" da prendere come punto di riferimento da "imitare"? Quelle del proprio distretto, della Asl vicina, del­l'intera Regione, di altre Regioni, dell'intera nazione o di altri Paesi?  Perché non inserire nel report anche i dati nazionali o di altre Re­gioni? Evidentemente ha poco fondamento una valutazione che prenda come riferimen­to alcune medie e non altre, indipendente­mente da considerazioni sull' appropriatezza della spesa registrata in un'area geografica ri­spetto alle altre. Oltre al parametro geografico bisogna poi considerare un altro problema, afferente alla dimensione locale "micro": qual è il legame tra lo stile professionale del medico e le sue prescrizioni? L'esperienza del disease manage­ment del diabete mellito per esempio, ha mostrato che la gestione integrata della malattia diabetica e il monitoraggio metabolico intensivo comportano un aumento dei costi rispet­to al monitoraggio tradizionale, compensato tuttavia dalla riduzione dei ricoveri per il con­tenimento delle complicanze. Da qui la validità anche economica del progetto di disease management, nonostante l'aumento della spesa per prescrizioni di farmaci, accertamenti dia­gnostici, ecc. Ora, se applichiamo questo modello ideale, con i prevedibili incrementi delle prescrizioni, a tutte le malattie croniche gestite sul territorio dal Mmg avremo di sicuro una lievitazione del­le medie di spesa a carico dei medici che adottano, ad esempio, i relativi Percorsi Diagnostici e Terapeutici (PDT). E quindi un medico che non adottasse il monitoraggio intensivo del diabete avrebbe sicuramente dati di prescrizione inferiori a coloro che invece adottano il PDT. Non per questo sarebbe un ipoprescrittore virtuoso da emulare. Anzi, certamente sarebbe vero l'opposto!

Una ultima osservazione di natura metodologica riguarda la tacita pretesa che la “media” prescrittiva così calcolata rappresenti un esempio virtuoso da seguire. Se la media statistica delle prescrizioni rappresenta il valore matematico medio risultante tra le prescrizioni dei medici che prescrivono “molto” e quelle dei medici che prescrivono “poco” allora nessun medico ha speranza di essere considerato virtuoso. Se infatti per  ipotesi i medici “iper-prescrittori” riuscissero a riportare le loro prescrizioni all'interno della “media” allora la media stessa ne risulterebbe variata subendo una tale precipitazione verso il basso che i medici iper-prescrittori rimarrebbero ugualmente iper-prescrittori. Questa variazione si ripeterebbe – ahimè – ad ogni nuovo tentativo di “riallineamento” alla media fino a smascherare definitivamente il paradosso metodologico in cui incappa il ragionamento perverso ed errato della ASL: nessun medico ha prescrizioni fuori della media solo solo quando le prescrizioni di tutti i medici sono uguali a zero!!!               

5.      L’ ignoranza epidemiologica e la  arrogante  presunzione  degli amministratori

     Quattro master in epidemiologia e biostatistica conseguiti presso l'Istituto Superiore di Sanità e la mia pregressa attività di ricercatore a contratto presso l'Istituo Nazionale Tumori "Fond. Pascale", mi hanno reso persuaso di una verità che il mio maestro all'ISS, Prof. Terracini, ci fece immediatamente comprendere al primo approccio con la materia: per fare di un ricercatore un epidemiologo non basta la sua intera vita. Proclamare sciocchezze è il rischio più perniciosamente in agguato anche per l'epidemiologo più esperto. Ai tempi della mia formazione all'ISS passammo giorni e giorni di studio a scovare e ad analizzare tanti di quegli studi che - benchè pubblicati su prestigiose riviste internazionali - dovevano essere necessariamente errati considerato che giungevano a conclusioni tra loro opposte. Ci venne presto mostrato che il motivo per il quale questo accadeva era, ahimè, dovuto a scarsa preparazione epidemiologica dei loro pur eminenti autori i quali incappavano troppo spesso in errori di reclutamento dei casi (vuoi per numero che per omogeneità), errori nel calcolo della durata del periodo osservazionale, bias di selezione e quant'altro. L'epidemiologia è in realtà tanto utile quanto ostica. E della estrema utilità dell'approccio biostatistico era già allora consapevole l'autorevole Center for Disease Control (CDC) di Atlanta, ente governativo USA, che aveva riconvertito ben tre piani del Centro modificandone la destinazione dalla biologia molecolare alla epidemiologia. Anche gli studiosi del "Pascale" e della 2° Facoltà di Medicina di Napoli - ancorchè ricercatori di chiara e meritata fama - non si permettevano di improvvisarsi epidemiologi ma si avvalevano di consulenze esterne per ogni studio: sia per l'impianto di una ricerca che per la successiva analisi dei dati.che da essa scaturivano.         E gli epidemiologi erano così pochi che per averne disponibile uno veramente qualificato doveva essere formato ad hoc e condiviso dai due Istituti.

Alle Asl invece no, le cose vanno diversamente. I burocrati si ritengono leggittimati al ruolo di esperti in biostatistica ed epidemiologia non per titoli e fomazione specifica ma solo per l’apparteneza al gruppo che vanta il diritto politico di “occupare” la ASL. Questi brillanti burocrati credono di fare una accettabile epidemiologia paragonando la spesa di ogni singolo medico per numero di assititi in elenco tralasciando perfino di omogeneizzare la spesa per un pari numero di visite (non è nemmeno che nel corso dell’anno tutti i medici con pari numero di assistiti facciano lo stesso numero di visite) . 

Qui le risate dei veri epidemiologi le posso solo immaginare. Ma purtroppo c'è poco da ridere perché questa sciagurata impostazione ha fatto scuola. Come ragionano oggi le ASL: calcolano la cifra annua complessiva spesa da un medico e poi la dividono per il numero di pazienti iscritti nel suo elenco e ne ricavano una spesa pro-capite annua forfettaria. Il calcolo, come detto, non tiene conto nemmeno del numero degli ammalati effettivamente curati da ciascun medico durante l'anno. E' perciò evidente anche ad uno sprovveduto  che il confronto si effettua tra cose non paragonabili tra loro. E’ ovvio che le medie statistiche generali, sia della spesa sia epidemiologiche, devono essere invece raf­frontate e valutate tenendo conto delle carat­teristiche della popolazione in carico al sin­golo professionista. Il semplice numero dei pazienti in carico è un dato quantitativo insufficiente per poter valutare le prescrizioni e andrebbe integrato con la prevalenza delle principali malattie croni­che: quanti ipertesi, diabetici, diabetici iper­tesi, coronaropatici, broncopatici cronici, se­guiti da ciascun Mmg.  Per ovviare alle immediate obiezioni relative alle distorsioni dovute alle caratteristiche della popolazione di rife­rimento del medico, gli “esperti” delle ASL più attente hanno ritenuto di poter risolvere il  parametro della “pesatura” per età e per sesso. Si tratta di un correttivo che tiene conto del profilo anagrafico dei pazienti, che rivede il dato grezzo del numero di scelte. Si parte dall'ipotesi che un aumento dell' età media degli assistiti equivalga ad un aumento di incidenza delle principali patologie croniche (e quindi dei consumi e della spesa), indipendentemente dalle caratteristiche del medico, dello stile organizzativo e di lavoro del professionista o del gruppo di cui fa parte) .  Nessuna ASL è andata, per il momento, al di là dimostrando accanto ad una crassa ignoranza epidemiologica una sconcertante ed arrogante presunzione. La "pesatura" non è, in relatà, nemmeno  minimamente sufficiente per rendere conto a priori (cioè senza andare ad analizzare la composizione epidemiologica della popolazione assistita) delle variabilità di spesa . In altri termini, il solo dato anagra­fico no può surrogare la vera e propria pondera­zione clinica, vale a dire la prevalenza e la gravità delle diverse patologie nella popola­zione assistita.

A livello ospedaliero, per esempio, affinché il confronto tra le unità operative, ad esem­pio chirurgiche, di diversi ospedali sia alla pari e non viziato da bias statistici, occorre che la casistica affrontata sia omogenea. In­fatti performance diversificate potrebbero essere spiegate da un diverso mix di gravità nella composizione dei pazienti afferenti. I centri con casistica più "difficile", vuoi per l'età dei pazienti vuoi per comorbilità clini­che, potrebbero registrare esiti meno brillan­ti, in termini di mortalità o complicazioni, ri­spetto a quanti invece operano una "selezio­ne" dei ricoverati. La valutazione comparata della qualità delle cure, a livello nosocomia­le, ha dimostrato quanto sia importate la ti­pologia della casistica affrontata e, di rifles­so, i sistemi di misurazione del case mix ospedaliero. Analogamente le valutazioni di appropriatezza delle prescrizioni, basate su parametri puramente economici come le me­die della spesa dei report Asl, sono da "pren­dere con le pinze".

6.   Capire le variabili

   In pratica la variabilità delle prescrizioni che le ASL registrano  tra medico e medico è  dovuta all'interazione tra va­ri fattori causali. Un primo aspetto è la differenza significativa nella composi­zione della popolazione assistita, sia in ter­mini anagrafici sia di patologie croniche in carico. Nelle valutazioni grossolane delle ASL non si tiene conto del numero dei malati cronici in carico al singolo medico né della gravità delle malattie dei suoi assistiti,  né ovviamente del numero di accessi di questi pazienti all'ambulatorio ed, il più delel volte,  nemmeno dell'età media dei pazienti assistiti. Meno che mai il pressapochismo di queste valutazioni tiene conto della diversa composizione della popolazione assitita dal singolo medico per età, sesso ed eventuale prevalenza delle varie patologie per area geografica. Né tiene conto di fattori che riguardano il modo di affrontare i problemi da parte dei medici, del diverso stile organizzativo e del tipo di approccio ai problemi, del diverso orientamento alla prevenzione attiva, alla applicazione di linee guida o percorsi diagnostico-terapeutici, dei diversi interessi culturali o speciali­stici, della partecipazione a ricerche o audit dei vari medici, della mo­tivazione o dell’impegno personale, dell’eventuale organizzazione in lavoro di gruppo, della diversa propensione al ricovero ospedalie­ro o all’utilizzo di farmaci innovativi, della disposizione all'ascolto e della diversa disponibilità del medico.  E che dire a proposito di una  diversa propensione degli assistiti ad accedere allo studio del medico a causa di barriere architettoniche urbane, della disponibilità di parcheggi nei pressi dell’ambulatorio, o degli orari di accesso ad esso? Cos'altro dire a proposito di una certa propensione ad indurre prestazioni, legata a fattori socio economici e culturali (classe sociale, sensibilità verso la prevenzione, ambiente culturale e influenza dei media, collocazione geografica dello studio ecc.)? E quanto ancora influisce sulla spesa la presenza di una vivace offerta di secon­do livello (concentrazione di strutture ac­creditate, pronto soccorsi, specialistica privata e medicina non convenzionale ecc.) e di elevata concorrenzialità interna alla cate­goria voluta da un liberismo dissenato? Esiste inoltre una combinazione di altri fattori, legati al medico (età, sesso, anzianità di laurea, curriculum formativo), agli assistiti (prevalenza di patologie ra­re, stagionalità), al farmaco e all'assetto istituzionale (vincoli prescrittivi regionali, pubblicità e marketing farmaceutico, rapporti con le strutture di secondo livello). Sussiste infine l’enorme capitolo della spesa indotta da altri operatori sanitari. Si tratta di prescrizioni diagnostico-terapeutiche che il medico di base trascrive soltanto su proposta di altri medici ma che la risibile analisi statistica  condotta dalle ASL non è in grado di estrapolare dal conto di spesa imputato al singolo medico. Queste prescrizioni, purtroppo in un sistema così privo di ogni integrazione, sono in aumento esponenziale. La centralità del medico di base è ormai solo un ricordo e sono numerosi gli attori che inducono i processi diagnostico-terapeutici cui i pazienti decidono (o meglio pretendono) di sottoporsi. Tra questi nuovi attori sono compresi i “guru” mediatici che si susseguono quotidianamente sul palcoscenico televisivo .  Per poter spiegare la variabilità delle prescri­zioni non è assolutamente sufficiente, ma soprattutto non è assolutamente serio, valutare le prescrizioni di ogni singolo medico attraverso il confronto con le medie di distretto o di  Asl o popolazioni più am­pie, ma bisognerebbe articolare il focus dell'analisi e del confronto ad un livello di complessità tale che per la sola stratificazione dei dati per i vari confondenti (età,sesso,patologie,etc.) non basterebbe il lavoro a tempo indeterminato di un esercito di epidemiologi in servizio permanente effettivo. Senza contare che sul pianeta non è disponible per numero un tale esercito e che il loro prezioso lavoro è comunque degno di miglior causa (la ricerca). Sarebbe, questo si, uno spreco: utilizzare tante risorse per tentare di dimostrare un teorema che - è evidente - é sbagliato in premessa. Alle ASL mancano adeguati sistemi epidemiologici di misurazione del case mix della medicina generale, e sarebbero tutti da costruire per raggiungere gli ambiziosi  ( se non utopici) scopi che le ASL  si sono prefissi. Ma se l’obbiettivo di un tale tipo di valutazione è quello di scoprire una presunta inappropriatezza prescrittiva o la disonestà di taluni medici questo sovrumano lavoro è del tutto inutile perché inadeguato allo scopo e – soprattutto – costerebbe certamente molto più più di quanto le ASL stesse ipotizzano di poter  risparmiare!!!   Perché credo di avere  dimostrato che il convincimento che vi sia qualcosa da risparmiare è solo un teorema privo di fondamento. Il solo risparmio verosimilmente ottenibile con questi mezzi, è quello conseguente alla ipo-prescrizione (cioè una prescrizione inadeguata) indotta dalle intimidazioni del sistema. E non è detto che le ASL non mirino solo a quello !!

7.   Facili conclusioni

Dalle precedenti considerazioni si può dedurre - ipoteticamente, salvo verifica empirica ­che un livello di spesa farmaceutica globale inferiore alle media, a parità di profilo demo­grafico degli assistiti e di prevalenza di patologie croniche, starebbe ad indicare che il me­dico ha un difetto di qualità professionale e non è affatto da ritenere economicamente vir­tuoso. Al contrario, un surplus di spesa per farmaci cardiovascolari, antidiabetici, antia­smatici ecc. rispetto alle medie è - quasi sempre  -  la spia di una migliore qualità professionale, a patto di essere correlata ad indicatori di pro­cesso ed esito migliori. Prendiamo ad esem­pio il caso di un medico che si impegna nello screening dell'ipertensione (o del diabete) e quindi potrebbe aver "scovato" un maggior numero di ipertesi (o diabetici ecc.) Conseguen­temente avrà “consumato” più farmaci e/o pre­scritto più accertamenti al fine di tenere sotto controllo la pressione arteriosa o l'emoglobi­na glicata tra i propri pazienti, mentre i rico­veri per tali patologie potrebbero essere infe­riori rispetto alle medie. Queste semplici con­siderazioni suggeriscono quanto sia delicato il raffronto, proposto implicitamente dai re­port, tra i dati di spesa del singolo medico e le medie di AsI o di distretto. La teoria in base alla quale chi spende meno della media è da imitare, mentre chi eccede dovrebbe "rientra­re in media", è tutta da dimostrare. E’ invece assai probabilmente vero il contrario.

8.  E’ utile costruire sistemi di misurazione ad hoc ?

    Stabilito che le analisi epidemiologiche per come sono impiantate e condotte oggi dalle ASL non hanno alcuna utilità se non alimentare lo spreco degli ammnistratori qualcuno si potrebbe chiedere però se è possibile o utile costruire sistemi epidemiologici di misurazione ad hoc. Il confronto delle medie Asl con il profilo in­terno, ovvero la composizione epidemiologi­ca delle singole popolazioni (case mix), per­metterebbe di avete una fotografia più aderente al­la realtà rispetto alla semplice pesatura per età. Ad esempio un "eccesso" di spesa farmaceutica in un settore potrebbe essere spiegato da un'anomala prevalenza di patologie croniche o di malattie rare che comportano elevati co­sti assistenziali. Con l'introduzione di ade­guati sistemi di misurazione del case mix del­la medicina generale, sarebbe possibile una migliore comprensione del­la variabilità prescrittiva, rispetto alle medie statistiche di spesa, e una valutazione della qualità dei processi assistenziali del singolo medico o delle associazioni. Da queste analisi potrebbe essere forse possibile capire meglio la  legittimità delle cause responsabili della variabiltà di spesa tra medico e medico che tanto stupisce i nostri amministratori ma non si potrebbe certemente pretendere di cambiare i legittimi atteggiamenti prescrittivi dei medici né tantomeno perciò risparmiare sulla spesa sanitaria. Se ne gioverebbe però la  programmazione attraverso una più realistica capacità predittiva . Ammesso che qualcuno sia interesato alla programmazione.

9.  Alternative di controllo

   Se e quando, invece, si sospetta fondatamente un illecito non c’è bisogno di scomodare l’epidemiologia per ricavarne deduzioni inferenziali di ordine generale. Né mi risulta che in giurisprudenza si utilizzino metodi statistici per individuare reati o comminare le pene. Ciascun reato viene ascritto al suo autore e le sanzioni individualmente irrogate. Insomma eventuali illeciti non si scoprono con la statistica sanitaria che non è in grado di risultare nemmeno indiziaria. Occorre bensì un controllo specifico (costante o a campione) delle singole prescrizioni di ogni singolo medico. Da qui discende che l’uso che si può fare della statistica non è affatto quello che oggi le ASL pretendono di fare e cioè di scoprire le distorsioni (controllo). L’uso della statistica può essere invece utile per dimensionare realisticamente l’investimento (programmazione) che si vuole fare in salute sempre che non si faccia il madornale errore di ragionare per piccoli numeri ( i cosiddetti budget di distretto, di ASL o peggio di medico) ma quanto meno su dati nazionali. Insomma esattamente l’opposto di quello che la devolution va predicando.       

10.  Il risparmio conseguibile

      Ma in conclusione i medici possono realmente risparmiare sulle spesa sanitaria ?

Certamente.

-         I medici possono ad esempio risparmiare in farmaci aumentando il numero di ricoveri rispetto a quanto dettato dalla necessità. Ma a parte ogni giudizio morale questo comportamento potrebbe configurare più di un reato perseguibile quali ad esempio, l’omissione di atti di ufficio e la distrazione di spesa sanitaria (dalla Asl alla Azienda Ospedaliera). Senza contare il costo sociale ed economico delle più numerose giornate lavorative perse. La ASL conseguirebbe il risparmio di spesa desiderato, ma questa, amplificata, verrebbe posta a carico di altre istituzioni pubbliche

 

-         I medici potrebbero risparmiare utilizzando più farmaci obsoleti ed minor quantità     di quanto opportuno secondo scienza. Questo atteggiamento rischia però di esitare     nel fallimento delle terapie stesse con la conseguenza di dovere trattare      nuovamente  il paziente ed aggravare la spesa complessiva. Le considerazioni     sulle possibili drammatiche conseguenze per la salute del paziente e per quelli      medico-legali per il medico vanno considerate a parte.

11.    Conclusioni

    Considerato tutto quanto detto a spiegazione del variabilità di spesa di ogni singolo medico risulta dimostrato che la predetta variabilità non solo è lecita ed attesa ma addirittura auspicabile in un sistema non “bulgaro”.  L’analisi puntuale dei fatti dimostra che il fenomeno della iper-prescrizione medica consiste nel fatto i medici prescrivono farmaci per una spesa semplicemente più alta di quella desiderata dagli amministratori. L’esistenza di una iperprescrizione è cioè solo un erroneo convincimento degli amministratori stessi ed anzi un artefatto statistico da esso creato. E’ inoltre evidente che essi si accaniscono erroneamente a risparmiare in un settore come la assstenza primaria ove la spesa è incomprimibile a meno di gravi conseguenze  per la salute della gente  e per la sopravvivenza dell’intero sistema .

12.   Appropriatezza secondo le note AIFA

   Al di là di quello che i nostri ammnistratori desidererebbero, le prescrizioni dei medici sono attualmente soggette - in senso restrittivo - solo alle note AIFA. Questo vuol dire che una prescrizione che non le contravviene è da considerarsi tecnicamente ineccepibile ed incontestabile. Non esistono espresse restrizioni di legge riguardo al costo dei farmaci. La valutazione di ogni prescrizone deve dunque fare riferimento alle modifiche normative intervenute a seguito della pubblica­zione in GU del 4.11.2004 n. 259 (suppl. ord. n. 162) del Decreto dell'Agen­zia Italiana del Farmaco (A1FA) conte­nente la revisione integrale alle note limitanti la prescrizione dei farmaci a carico del Ssn. Il Decreto fa due im­portanti precisazioni e introduce cam­biamenti nelle indicazioni alla prescri­zione dei farmaci a carico del Ssn.

3.      “Le note AlFA si fondano sui risul­tati di sperimentazioni cliniche" e "su una valutazione complessiva dei dati clinico-epidemiologici disponibili".

4.      "La variabilità delle patologie può determinare l'inapplicabilità di una nota al singolo paziente. In questi ca­si gli organismi dell"Asl, nella loro funzione di analisi e verifica, dovreb­bero adottare un atteggiamento fles­sibile, prendendo in considerazione non tanto il singolo caso quanto la globalità delle applicazioni in un da­to contesto".

Questa disposizione integra e amplia le cause di non sanzionabìlità del me­dico, già previste dal comma 6 del­l'art. 15 bis del Dpr n. 270/2000. Il medico che prescrive una certa categoria di farmaci, anche sopra la media dei suoi colleghi, può sempli­cemente essere più sensibile al pro­blema e comunque appropriato nella sua condotta.

     L'astratto scostamento dalle medie di prescrizione dei medi­ci non prova l'inappropriatezza e non esonera l'Asl dall'onere della prova nei casi concreti

13.     L'onere della prova

Gli organismi dell'Asl, non svolgen­do di norma le dovute "funzioni di analisi e verifica" con rilievi diretti anamnestici ed esame dei singoli pa­zienti, non sono in grado dì fornire alcuna prova certa di inappropriatezza delle prescrizioni, come invece è loro onere esibire, ai sensi dell'art. 2697 del Codice Civile, dato che le problematiche in oggetto sono affe­renti a obblighi di legge (art. 1, com­ma 4, DI n. 323 del 20.6.1596 conver­tito dalla legge n. 425/1996) e quindi a responsabilità extra-contrattuali (art. 2043 Codice Civile) in cui l'onere della prova è a carico di chi promuo­ve l'azione.

14.    La libera attività professionale

     L'Asl non ha alcun potere dì condi­zionare il contenuto della prestazio­ne sanitaria tra il medico convenzio­nato e gli assistiti del Ssn. Si rileva in­fatti che agli effetti della legge civile, il Mmg è un libero professionista in­caricato di un pubblico servizio svol­to come lavoro autonomo in base a un contratto collettivo con la pubbli­ca amministrazione, stipulato ai sen­si dell'art. 8 del DLgs n. 502/92 e suc­cessive modifiche (DLgs n. 517/93 e n. 229/99), che al comma 1, lettera H, ha previsto espressamente la cessa­zione negli accordi convenzionali de­gli istituti normativi riconducibili al rapporto di lavoro dipendente. Secondo la Cassazione a Sezioni Uni­te, i rapporti tra Asl e medico conven­zionato sono disciplinati da un con­tratto dì diritto privato (sentenza n. 16219/2001) per cui la Asl non può esercitare alcun potere autoritatìvo sul medico convenzionato all'infuori di quello di sorveglianza (sentenza n. 813/1999).

     La Cassazione Penale sez. IV con sen­tenza del 14.7.2003 afferma che l'Asl non ha alcuna corresponsabilità civile nel danno causato dal medico con­venzionato ai pazienti, poiché il rap­porto tra medico e assistito - sebbene sussista un contratto sociale tra Asl e assistiti del Ssn per l'erogazione del­l'assistenza sanitaria attraverso ì me­dici convenzionati - è improntato alla libera attività professionale e il potere dell'Asl di controllo sul contenuto dell'attività terapeutica svolta è defi­nito testualmente "inesistente", con la conseguenza che eventuali danni derivanti sono cagionati nell'ambito di un "rapporto professionale sul quale l'Azienda non può interferire". Secondo la decisione della IV sezione del Consiglio di Stato n. 3176/2004. il rapporto di lavoro tra medico con­venzionato e Ssn si inquadra come lavoro para-subordinato, giuridica­mente caratterizzato da una collabo­razione coordinata e continuativa re­golata dai diritto privato, per cui eventuali controversie sono di com­petenza del giudice ordinario. Quindi la Asl non ha il potere di interferire nell'esercizio professionale dell'attìvità  clinica del medico, essendo esclu­siva del medico la responsabilità di cura verso l'assistito, tutelato dall'art. 32 della Costituzione e'dall'art, 28, comma 2, della legge n. 833/1978 se­condo cui l'assistito del Ssn ha un di­ritto perfetto alla necessaria assisten­za farmaceutica con onere a carico del Ssn, come ribadito dalla Cassazione Penale Sezioni Unite con sentenza n. 6752 del 7.6.1988 e dalla Cassazione Civile con sentenza n. 2782/2000.

15.    Doveri giuridici del medico

    Va rilevato che nella prescrizione dei farmaci il medico si trova a operare tra il deterrente dell'Asl di limitazio­ni economiche con sanzioni persona­li e l'imperativo dovere etico e giuri­dico di fornire la miglior cura possì­bile, che è ovviamente prioritario co­me dimostrano le seguenti sentenze

- Cassazione Penale sez. VI, n. 1511 del 20.ll.20O3: "È sanzionabile per colpa la condotta del medico che omette di prescrivere una terapia farmacologica anche nel solo so­spetto di malattia o nella sola man­cata esclusione con certezza nella diagnosi differenziale di una malat­tia la cui mancata cura è causa di danno al paziente".

- Cassazione Penale sez. IlI, n. 8875 dell'8.9.1998: "È sanzionabile per colpa la condotta dei medico che pratica, pur con diligenza, una tera­pia implicante maggiori rischi per il paziente se concretizzatasi poi in un danno, poiché ha scartato altre op­zioni terapeutiche idonee alla condi­zione clinica specifica nel singolo ca­so e tali da evitare il determinarsi dell'evento dannoso".

- Cassazione Penale n. 9279/2003: "Il dubbio diagnostico deve indurre il medico a utilizzare tutti gli strumenti diagnostici necessari per risol­verlo e la gravità della patologia o delle conseguenze del suo mancato accertamento non può che accentua­re questo obbligo, estendendolo an­che alla necessità di indagare sulle ipotesi patologiche più remote, poi­ché il medico che venga meno a que­sti obblighi non può non essere con­siderato in colpa".

16.    Competenze della Corte dei Conti

    L'azione di responsabilità contabile è regolamentata dalla legge n. 19 del 14.1.1994. La Corte dei Conti Calabria sez. II con sentenza n. 158 del 2.6.1998, la Corte di Cassazione a sez. Unite Cìvili con sentenza n, 922/1999, la Corte dei Conti Lombardia sez. 11 con sen­tenza n. 209 dei 30.5-1991, il Consiglio di Stato con sentenza n, 1310 del 19,9.1995, affermano che è competen­za della Corte dei Conti o del giudice ordinario (sentenza n, 5381 /1989 del­lo Cassazione sez. Unite) esaminare le responsabilità contabili del medico convenzionato per danno erariale da prescrizioni improprie. Il Direttore generale dell'Asl che trat­tiene direttamente al medico parte dei compensi a titolo di rimborso coattivo per prescrizioni inappropria­te presunte, eccede dai suoi poteri con l'esercizio di funzioni che sono proprie costituzionalmente (art. 102) solo dell'autorità giudiziaria. Infatti, in sentenza del TAR Toscana Sezione 11, n. 5101 del 17 Settembre 2003 affer­ma: "Le Asl, in quanto enti pubblici autonomi per effetto dei DLgs n. 229/1999, non possono emettere atti aventi efficacia di titolo esecutivo per il recupero dì crediti, come invece spetta solo allo Stato e alle Regioni ai sensi del RD n. 639 del 14.4.1910". Quindi, con ricorso al giudice ordina­rio il provvedimento del Direttore ge­nerale può essere annullato, richie­dendo anche il rimborso delle somme indebitamente trattenute con gli inte­ressi legali e l'onere delle spese legali.

17.     Il futuro del SSN   

      Non credo che si potrà mai arrivare ad uno strumento normativo che imponga al singolo medico di base un budget di spesa forfettario annuale per l'espletamento della sua attività. In primis perché un medico non potrà mai curare seriamente i suoi pazienti anteponendo una mentalità da ragioniere, inoltre è impossibile preventivare l'entità di un budget di spesa disaggregato per singolo medico a causa della imprevedibilità delle variabili in gioco nell'incidenza delle patologie e nel loro trattamento. D’altronde non mi pare che alcun legislatore od amministratore si sia mai sognato di prendere in seria considerazione l'ipotesi di imporre un budget di spesa ai medici di medicina generale. Certo se ne parla ma da qui ad arrivare all’imposizione ce ne corre. Ritengo difficile che in un paese civile riesca a passare l’idea che considerazioni di ordine scientifico nella cura di un malato possano essere subordinate a quelle di carattere economico. Ed in effetti una medicina di Stato così criticabile e scadente non mi pare sia stata in auge nemmeno nei periodi più grigi di quei paesi che hanno sperimentato il comunismo reale. Tanto non già perché è facile prevedere che ovvie considerazioni di carattere populistico/demagogico dissuaderanno i nostri politici da risoluzioni così dissennate ma soprattutto perché è pressocchè impossibile - come detto - trovare gli strumenti per individuare un budget realistico. Non credo infine che nessun legislatore od amministratore assennato si sognerebbe di accollarsi la responsabilità delle drammatiche conseguenze discendenti da una previsione di spesa clamorosamente errato o sottostimata ed in conseguanza del cui esaurimento prematuto i medici potrebbero essere impossibilitati a prestare ulteriormente la propria assistenza. Ma il punto cruciale della questione è un altro. Bisogna stabilire che tipo di assistenza santaria lo Stato vuol garantire per il futuro. La spesa sanitaria è in costante e continua crescita a causa dell’aumento delle malattie croniche conseguenti all’allungamento della vita. Le malattie croniche già adesso rappresentano il 70% delle prestazioni erogate. D’altra parte il progresso scientifico fa aumentare la complessità e la raffinatezza degli strumenti diagnostico-terapeutici ed il loro conseguente costo. Non basterà dunque alcun artificio degli ammnistratori per far quadrare i conti e verrà il momento di giocare a carte scoperte dichiarando senza ipocrisie cosa lo Stato vuole o è in grado di finanziare. Bisognerà valutare i rischi della nascente medicina a doppia velocità. Da una parte una medicina che utilizza il meglio di quello che la ricerca scientifica mette in campo. Dall’altra una medicina ridimensionata dalle esigenze del risparmio. Quale delle due medicine dovranno utilizzare i medici del SSN ? Ma è poi possibile praticare una medicina del risparmio? I cittadini sarebbero disposti a pagere le tasse per questo tipo di medicina “minore” ? Sopravviverebbe il sistema ?      

18.    I sindacati medici

     I sindacati medici devono essere estrememente attenti per il futuro a rivendicare in tutto il proprio fondamentale ed inosostituibile ruolo. Rinunciare ad un vero e proprio Contratto Nazionale, come esuccesso per quello precedente, equivale ad arretrare pavidamente all’avanzata dei “nuovi barbari” della devolution. E’ una scelta suicida,  anche per la propria rappresentatività, contrattare centralmente la sola quota capitaria ed acconsentire che il quadro complessivo degli emolumenti dei medici si definisca perifericamente. Localmente troppo spesso la prepotenza dei politici e degli amministratori è più forte mentre i quadri sindacali sono spesso più deboli se non addirittura organici al potere. Nel momento in cui scrivo non solo la ASL ci minaccia continuamente a causa dello sforamento di spesa attribuito a noi ed invece dovuto alla solita cattiva gestione delle risorse, ma ha anche provveduto a cancellare alcune delle voci che, concordate a livello locale, andavano a comporre i nostri  emolumenti complessivi. Sotto la velata minaccia che le cose possano anche mettersi peggio, chi volete che si opponga?        

           

Dott. Carlo Iannotti

Medico- Chirurgo

Specialista in Endocrinologia

Specialista in Malattie Infettive

Epidemiologo

tel. & fax 0824 362012 - Via Napoli 113/I

82100 Benevento

31.3.06 ore 07:08

   prima pagina

Questo spazio è dedicato alla tua pubblicità

i nostri prezzi

Editoriali - Opinioni - Reportage - Approfondimenti - Scuola - Università - Costume - Sanità - Enti Locali - Curiosità 

Per la tua pubblicità    

Valtelesinanews 2000. Tutti i diritti riservati. Reg. trib. di Benevento n. 2/01 del 19.1.2001. Direttore resp. Rosario Lavorgna

Fondatore, editore e direttore responsabile: Rosario Lavorgna - Redazione: Via Telese, 214, 82030 San Lorenzello (BN) 333.5929734

scrivi alla redazione - Scrivi al direttore - contatta il Magazine - invia un comunicato - Pubblicità - servizi foto giornalistici