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APPROFONDIMENTI
Il brigantaggio e le peripezie della
banda Manzi. In Valle Ufita è ancora vedibile quella che fu la “masseria
re li breanti”
di Maria Ianniciello
Il
brigantaggio fu un fenomeno socio-politico che interessò il meridione all’indomani
dell’unità d’Italia. Associava alle tradizionali forme di ribellismo
contadino una violenta protesta contro lo Stato unitario. La povertà del
meridione venne amplificata- oltre che dalle esose misure amministrative e
fiscali- dalla dissoluzione dell’esercito borbonico, il quale reclutava
truppe tra i contadini; dall’abbandono dei vantaggi dell’ordinamento
feudale e soprattutto dall’introduzione della leva obbligatoria. Lo
scontro dai centri abitati si spostò nelle campagne, assumendo sempre
più la forma di una guerra civile. Le bande raramente affrontavano l’esercito
nazionale a “viso aperto”; preferivano basare le loro azioni su
continui spostamenti, su imboscate e su fughe in luoghi poco accessibili.
Spesso i gruppi erano in lotta tra loro, ma, quando riuscivano ad unirsi,
i loro attacchi diventavano ancora più aggressivi. Il brigante non era un
intellettuale e – nonostante si nascondesse dietro motivazioni
politiche- era ben noto che agisse per scopi puramente economici.
Probabilmente, come attesta Luigi Lazzaruolo, il brigantaggio non si
tramutò mai in resistenza perché il bandito era un uomo rozzo,
semianalfabeta e per tanto non aveva contatti con gli intellettuali, né
con la classe dirigente. Il fenomeno non si diffuse in uguale forma e
misura in tutto il Sud Italia. Le manifestazioni più consistenti si
verificarono in Puglia e in Basilicata; in Campania, invece, si
alternarono improvvise esplosioni ad episodi sporadici. Tuttavia molte
furono le bande, che con saccheggi e sequestri, spaventarono gli irpini.
Oggi gli anziani della Valle Ufita raccontano di aver ascoltato dai nonni
le imprese e le vicissitudini della banda Manzi. Si narra che il gruppo
alloggiasse in una casa colonica sita in territorio di Flumeri (nella
foto). L’abitazione, oggi chiamata “massaria re li breanti”,
apparteneva ai Baroni Grella. Gaetano Manzi di Acerno era specializzato in
ricatti e rapimenti. La sua prima grande impresa la compì col sequestro
di due turisti inglesi, per il cui riscatto incassò la somma di 30.000
ducati. Il 13 ottobre 1865 rapì per quattro mesi Federico Wenner, figlio
di industriali svizzeri, e il suo precettore. In seguito a faticose
trattative la banda si consegnò alle autorità, ma evase dal carcere di
Chieti qualche giorno dopo. Il Manzi giunse in Irpinia per organizzare ed
ultimare il sequestro del Barone Grella di Sturno. Il brigante, come era
prevedibile, scelse nella zona qualcuno che potesse procurargli i viveri e
le armi. La tradizione sostiene che costui fosse un certo Filippo Di
Cicilia, il quale, stufo delle continue lamentele dei suoi concittadini ed
attirato dalla taglia posta sulla testa del bandito, lo denunciò alle
autorità e gli tese un’imboscata. Qualcuno afferma che Di Cicilia, al
momento dell’agguato, fosse nella masseria e, per non cadere vittima del
fuoco dei militi, si legò una fascia al braccio. Il 20 agosto 1873 la
banda fu sorpresa nella casa-rifugio dalle forze dell’ordine. La
tradizione attesta che Manzi, messo alle strette, fece ingoiare le sue
monete d’oro ai cavalli. Lo scontro fu violentissimo. Persero la vita
Gaetano Marzi, quattro compagni, due manutengoli ed un carabiniere. La
notizia si diffuse in tutta la zona. I comuni si tassarono per festeggiare
l’avvenimento e la Giunta Municipale di Flumeri deliberò la spesa di
trenta lire per fotografare la testa di Manzi.
Dall’atto di morte n. 41 del 24 agosto
1873, sottoscritto dal comune di Flumeri, risulta che “[…] nel giorno
20 del corrente mese di agosto alle ore tre e mezza pomeridiane, in
tenimento di questo comune di Flumeri, è morto ucciso nel Conflitto con
la banda Manzi, Caccia Carlo Francesco, nato il 10 settembre 1848, nel
Comune di Ossanezzo Terzo, Mandamento di Bergamo, provincia di Bergamo,
celibe, di condizione Carabiniere reale, appartenente alla Stazione di
detta Arma, residente a Vallata.[…]” I documenti storici dimostrano
che il brigantaggio fu arginato nel giro di un decennio; in realtà ancora
oggi se ne percepiscono le conseguenze. Infatti, secondo alcuni studiosi,
gran parte dei disagi del mezzogiorno potrebbero essere ricondotti a quel
periodo. Luigi Lazzaruolo afferma che “[…] in tutti i Paesi europei,
nei tempi passati, non di rado si formavano bande di briganti.[…] Questi
godevano del sostegno e della simpatia dei più umili. Era opinione comune
che la loro azione non nascesse da malvagità d’animo o da inclinazione
alla violenza gratuita, ma dalla disperazione[…] però bisogna
riconoscere che il brigantaggio meridionale fu un fenomeno molto più
complesso ed articolato.[…]” La speranza, che l’arrivo di Garibaldi
potesse modificare il tenore di vita dei più umili, fu presto smentita.
La realtà del meridione fu ignorata dai dirigenti, i quali, invece di
unificare, “piemontizzarono” il Paese, contribuendo a creare la “questione
meridionale”. In sintesi il brigantaggio fu la manifestazione di un
malessere che, a distanza di un secolo, continua a contraddistinguerci.
(7.7.06 ore 11:04)
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